Autore: Cinzia Tattini 9 marzo 2026
La federazione ha organizzato dimostrazioni pratiche, approfondimenti e momenti di confronto con i professionisti del settore, con particolare attenzione alla produzione di focacce, crostate e altre specialità da forno. All’interno dello spazio espositivo FIPPA, i visitatori hanno potuto osservare il Museo delle Sculture di Pane, un angolo dedicato all’arte del pane come simbolo di cultura e creatività. Un altro spazio era riservato a interviste e colloqui con i panificatori, favorendo lo scambio di esperienze e competenze tra operatori. I prodotti esposti provenivano da tutta Italia, oltre che dalla Puglia e Basilicata. La referente eventi della federazione, Emma Prunella, si è detta soddisfatta dell’affluenza e della partecipazione, sottolineando come Levante PROF rappresenti un’occasione unica per valorizzare il lavoro artigianale dei panificatori italiani. Anche il vice presidente Leonardo Spadoni, proveniente da Roma, ha espresso grande apprezzamento per la manifestazione, confermando l’impegno della FIPPA nel promuovere qualità, innovazione e formazione. La missione della federazione, “Riportare tutti a casa”, come afferma Prunella, è finalizzata a rafforzare il legame tra produzione locale e comunità. Con la partecipazione a Levante PROF, la FIPPA conferma il suo ruolo di riferimento nel settore, promuovendo la professionalità degli operatori, la tutela delle tradizioni e l’innovazione delle tecniche di panificazione. L’evento ha offerto agli espositori l’opportunità di far conoscere le proprie eccellenze, creare network e aggiornarsi sulle tendenze più attuali del settore Ho.Re.Ca.
Autore: Maria Giovanna Labruna 9 marzo 2026
Figlio di Nunzio Scicchitano e di Assunta Pacifico, è cresciuto tra cucina e sala, respirando sin da bambino la cultura della tradizione gastronomica napoletana. Dal padre ha ereditato l’arte elegante e precisa di aprire ostriche e frutti di mare, gesto tecnico che nel tempo è diventato una vera firma scenica. Dalla madre ha appreso invece la passione per la cucina partenopea più autentica, fatta di rispetto per le materie prime, memoria e sapori intensi. Su queste solide basi nasce la sua visione imprenditoriale, che unisce tradizione e creatività. Dopo il grande successo della casa madre Scicchitano, diventata un punto di riferimento per la cucina di mare a Napoli, il ristoratore realizza oggi uno dei suoi sogni più importanti: l’apertura della seconda sede sul Lungomare di Napoli. Un luogo simbolico, dove il mare diventa parte integrante dell’esperienza gastronomica. Qui la tradizione marinara napoletana incontra tecniche contemporanee, presentazioni ricercate e una continua ricerca dell’eccellenza. Ogni piatto nasce dalla selezione delle migliori materie prime e da una cura meticolosa per il dettaglio, elementi che caratterizzano l’identità culinaria firmata Scicchitano. A rendere l’esperienza ancora più coinvolgente è la personalità dello stesso Giuseppe: esuberante, creativo e con una presenza quasi teatrale in sala, capace di trasformare ogni servizio in un vero racconto gastronomico. Ma le novità non finiscono qui. Parallelamente al nuovo progetto sul lungomare, Giuseppe Scicchitano inaugura anche una rubrica dedicata su La Gazzetta del Food, dove racconterà la sua visione della cucina di mare, condividendo storie, tecniche, curiosità e segreti del mestiere. Un nuovo capitolo che conferma il suo ruolo di imprenditore e innovatore della cucina di pesce, capace di trasformare la tradizione familiare in un progetto contemporaneo che continua a raccontare, con passione e creatività, l’anima gastronomica di Napoli.rce.
Autore: Giovanna Cuomo 9 marzo 2026
Dalla cantina di ritrovo alla trattoria e infine al ristorante casereccio, ho respirato da sempre i profumi della tradizione: stoccafisso, baccalà, soffritto partenopeo, piatti di cacciagione e cotture allo spiedo, tutti accompagnati da calici di vino contadino. Crescendo, ho sentito l’esigenza di proseguire il mio percorso personale attraverso lo studio e la sperimentazione: cucina molecolare, sifone, impiattamento e nuove espressioni gastronomiche. Questo percorso mi ha portata naturalmente verso la cucina vegetale, una cucina che rispetta la materia prima e la natura, reinterpretando la tradizione con sensibilità contemporanea. È in questo contesto che ho incontrato Giovanna Voria, figura che da tempo rappresentava per me un punto di riferimento. Figlia di contadini di Cicerale, paese dei ceci nel cuore del Cilento, Voria cresce tra i campi e le cucine delle nonne, imparando a rispettare stagioni, terra e prodotti spontanei. Circa vent’anni fa fonda l’azienda agricola e agrituristica Corbella, dove sviluppa una cucina semplice, territoriale e autentica, fondata su legumi, erbe spontanee e prodotti locali. Il suo lavoro le ha portato riconoscimenti internazionali: dai grandi eventi italiani come la Mostra del Cinema di Venezia e i Mondiali di scherma di Catania, fino a città come New York, Venezuela e Brasile. Nel 2010, con la Dieta Mediterranea dichiarata Patrimonio Immateriale dell’Umanità, anche il cece di Cicerale ottiene il Presidio Slow Food grazie al recupero iniziato da Voria. Oggi è ambasciatrice del Cilento, della Dieta Mediterranea e del carciofo bianco di Auletta, portando avanti un instancabile lavoro di educazione alimentare. Il nostro incontro è nato quasi per caso, da un piatto che avevo replicato, affascinata dalla purezza della sua filosofia culinaria. Da quel primo confronto è nata una forte sintonia. Trascorrere una giornata nel suo agriturismo, tra preparazioni, erbe spontanee e racconti, è stata un’esperienza intensa. Due percorsi diversi, uniti dal profondo rispetto per la terra e ciò che essa offre, e da questa connessione nascerà presto un progetto comune, ancora segreto. La cucina diventa così non solo ricetta, ma incontro, visione, scambio. Ed è da figure come Giovanna Voria, ambasciatrice della Dieta Mediterranea, che nascono storie di bellezza autentica e condivisione.
Autore: Gemma Caruso 8 marzo 2026
L’8 marzo non nasce come un gesto galante né come un fragile omaggio floreale. La Giornata internazionale della donna affonda le sue radici nelle lotte sociali e politiche del primo Novecento, tra scioperi operai, rivendicazioni salariali e la richiesta, allora radicale, di diritti civili e partecipazione pubblica. Dalle proteste delle lavoratrici tessili di New York nel 1908 fino alle manifestazioni delle donne russe del 1917, questa data si è progressivamente affermata come simbolo di una mobilitazione globale: la richiesta di esistere pienamente nella società, oltre i confini della sfera domestica. In Italia, il simbolo di questa ricorrenza assume un volto preciso nel 1946, quando l’Unione Donne Italiane sceglie la mimosa come fiore rappresentativo della giornata. La proposta fu della giovane partigiana Teresa Mattei, che individuò in quel fiore spontaneo e resistente un segno accessibile a tutte. Diversamente dalle violette, diffuse in Francia ma costose e difficili da reperire nel dopoguerra, la mimosa cresceva libera, fioriva proprio nei giorni di marzo e poteva essere raccolta facilmente. Era, in altre parole, un simbolo popolare. Nei vicoli e nelle piazze del Mezzogiorno, quei piccoli grappoli dorati hanno assunto nel tempo un significato che supera il semplice gesto celebrativo. La mimosa è diventata memoria condivisa, eco di una stagione in cui la partecipazione femminile alla vita civile e politica stava ridefinendo gli equilibri della società italiana. Oggi l’8 marzo continua a trasformarsi, trovando nuove forme di espressione nella cultura e nella quotidianità. Anche il linguaggio della cucina, soprattutto nelle tradizioni mediterranee, diventa un territorio di racconto e identità. Il convivio smette di essere soltanto un gesto di cura domestica per assumere un valore simbolico più ampio: uno spazio di relazione, creatività e condivisione. In questo contesto la gastronomia può diventare metafora culturale. Si pensi alla reinterpretazione di un piatto di pasta fresca al profumo di limoni di Sicilia, completato da un tuorlo d’uovo sbriciolato che richiama i grappoli della mimosa. Un’immagine culinaria che restituisce il colore, la luce e l’energia associati a questa giornata, trasformando la tavola in un piccolo manifesto di memoria e contemporaneità. Celebrare l’8 marzo, oggi, significa proprio questo: riconoscere la storia delle conquiste femminili e continuare a raccontarla attraverso i linguaggi della cultura, della socialità e della tradizione. Non più soltanto la donna che prepara il banchetto, ma colei che ne definisce il significato sociale e simbolico. Come ricordava Teresa Mattei: «La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta in montagna e sapevo che poteva essere alla portata di tutte.»
Autore: Chef Gregori Nalon 8 marzo 2026
In occasione della Festa della Donna, nella mia rubrica gastronomica realizzata in collaborazione con Pasta Valdoro, ho voluto proporre un piatto che unisce eleganza, stagionalità e simbolismo. Nascono così le Penne Rigate Mimosa, una ricetta di pasta di grano duro che richiama nei colori e nei sapori il fiore simbolo dell’8 marzo. Il giallo brillante del tuorlo d’uovo cotto e tritato ricorda i piccoli fiori della mimosa, mentre il verde degli asparagi e dei carciofi evoca la primavera che arriva. A completare il piatto ho scelto una delicata acqua di pomodoro, leggera e profumata, che dona freschezza e armonia senza coprire la delicatezza delle verdure. La scelta delle penne rigate di grano duro Pasta Valdoro valorizza il condimento grazie alla loro superficie rigata, capace di trattenere i sapori e creare un equilibrio perfetto tra pasta e ingredienti. Penne Rigate Mimosa con asparagi, carciofi, acqua di pomodoro e tuorlo tritato Ingredienti (per 4 persone) 320 g di penne rigate di grano duro Pasta Valdoro 2 tuorli d’uovo 6 asparagi verdi 2 carciofi freschi 3 pomodori maturi 1 spicchio d’aglio olio extravergine d’oliva q.b. sale q.b. pepe nero q.b. succo di limone q.b. prezzemolo fresco tritato (facoltativo) Procedimento 1. Preparazione dell’acqua di pomodoro Lavo e taglio i pomodori a pezzi. Li frullo con un pizzico di sale e poi filtro il composto con un colino fine o una garza. Lascio scolare naturalmente: ottengo così un liquido limpido e profumato, l’acqua di pomodoro, che utilizzerò per mantecare il piatto. 2. Cottura dei tuorli Cuocio le uova in acqua bollente per circa 9 minuti fino a ottenere uova sode. Le raffreddo, separo i tuorli e li trito finemente con un coltello oppure li passo al setaccio per ottenere una consistenza soffice che ricordi la mimosa. 3. Preparazione delle verdure Pulisco i carciofi eliminando le foglie esterne più dure e li taglio a spicchi sottili, immergendoli in acqua e limone per evitare l’ossidazione. Pulisco gli asparagi eliminando la parte più fibrosa del gambo e li taglio a rondelle, lasciando intere le punte. 4. Cottura del condimento In una padella capiente scaldo un filo di olio extravergine d’oliva con uno spicchio d’aglio. Aggiungo i carciofi e li faccio cuocere per qualche minuto. Unisco gli asparagi e proseguo la cottura mantenendo le verdure croccanti. Regolo di sale e pepe. 5. Cottura della pasta Cuocio le penne rigate Pasta Valdoro in abbondante acqua salata seguendo il tempo indicato sulla confezione. 6. Mantecatura Scolo la pasta al dente e la trasferisco nella padella con le verdure. Aggiungo qualche cucchiaio di acqua di pomodoro e manteco delicatamente per amalgamare i sapori. Impiattamento Dispongo la pasta nei piatti fondi, completo con una spolverata di tuorlo tritato — che ricorda visivamente i fiori di mimosa — e un filo di olio extravergine d’oliva a crudo. Se gradito, aggiungo una leggera nota di prezzemolo fresco. Questo piatto rappresenta per me l’incontro tra tradizione italiana e sensibilità contemporanea, dove ingredienti semplici e stagionali diventano un omaggio gastronomico alla Festa della Donna. Con la qualità della pasta di grano duro Pasta Valdoro e la mia creatività, la tavola si colora di primavera e di significato. “Questo piatto è dedicato a tutte le donne: alla loro forza, alla loro sensibilità e alla capacità di rendere il mondo ogni giorno più ricco di bellezza, proprio come i colori della primavera nel piatto.”
Autore: La Redazione 8 marzo 2026
La quindicesima edizione di MasterChef Italia si chiude con un finale carico di tensione ed emozioni: a conquistare il titolo è Teo, che al termine di un duello serrato ha avuto la meglio su Carlotta. La proclamazione è arrivata davanti ai tre giudici storici del programma — Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli — che hanno annunciato il vincitore tra gli applausi dello studio. Una finale seguita da milioni di spettatori L’ultimo appuntamento della stagione ha registrato 1,1 milioni di spettatori e il 5,7% di share, con oltre 2,2 milioni di contatti nei sette giorni, segnando il miglior risultato degli ultimi cinque anni per il cooking show di Sky Italia prodotto da Endemol Shine Italy. Il successo si è confermato anche sui social, dove la finale è stata il programma televisivo più commentato della giornata, con interazioni cresciute del 67% e l’hashtag ufficiale rimasto ai vertici dei trending topic per tutta la serata. I quattro finalisti A contendersi il titolo di quindicesimo MasterChef d’Italia erano Carlotta, Dounia, Matteo Rinaldi e Teo, protagonisti di un percorso intenso all’interno della cucina più famosa della televisione. La finale ha visto anche la partecipazione di un ospite d’eccezione: lo chef tristellato Norbert Niederkofler, protagonista della prima prova decisiva della serata. La Mystery Box firmata Niederkofler La puntata conclusiva si è aperta con una Mystery Box ispirata alla filosofia “Cook the Mountain” dello chef altoatesino. I concorrenti hanno dovuto replicare un piatto complesso a base di pesce gatto, con una preparazione che prevedeva salamoia, glassa con miele, prugne, aceto e soia, yogurt colato con kefir e olio di porri. Una prova tecnica e delicata che ha subito fatto emergere differenze importanti tra i concorrenti. Dounia è apparsa in difficoltà, confessando di essere andata in confusione durante la preparazione. Matteo Rinaldi ha convinto solo parzialmente i giudici, con un kefir ritenuto troppo invasivo. Carlotta ha presentato un piatto equilibrato ma con un olio di porri giudicato troppo leggero. Teo, invece, ha conquistato tutti con una cottura del pesce definita “eccellente”. Proprio grazie a questa performance, Teo ha ottenuto la prima casacca da finalista. Il duello finale: Carlotta contro Teo La tensione è salita fino all’ultimo momento quando in cucina sono rimasti solo Carlotta e Teo, protagonisti di un duello che ha tenuto il pubblico con il fiato sospeso. Dopo gli ultimi assaggi e il verdetto dei giudici, è arrivata la proclamazione: Teo è il vincitore di MasterChef Italia 15. Il premio Con la vittoria, Teo si aggiudica: 100mila euro in gettoni d’oro la pubblicazione del suo primo libro di ricette con Baldini+Castoldi l’accesso a un corso di alta formazione presso ALMA - La Scuola Internazionale di Cucina Italiana. Un traguardo importante che segna l’inizio di una nuova carriera nel mondo dell’alta cucina per il giovane concorrente brianzolo.
Autore: Cinzia Tattini 7 marzo 2026
LEVANTE PROF si conferma un punto di riferimento per la valorizzazione del Made in Italy, non solo nel comparto enoagroalimentare, ma anche nelle tecnologie dedicate alla ristorazione, all’ospitalità e alla distribuzione alimentare. L’evento si pone come crocevia tra tradizione e innovazione, offrendo agli espositori e ai visitatori la possibilità di confrontarsi con le ultime tendenze, i prodotti di eccellenza e le soluzioni tecnologiche più avanzate. L’edizione 2026 promette di essere particolarmente significativa: la fiera punta a rafforzare il legame tra le aziende italiane e i professionisti del settore, incentivando nuove opportunità di business e collaborazioni strategiche. Tra le aree espositive, grande spazio sarà dedicato a prodotti gastronomici tipici, vini e bevande, attrezzature e servizi per ristorazione e hospitality, oltre a momenti di formazione e workshop tematici. Secondo gli organizzatori, LEVANTE PROF rappresenta non solo una vetrina commerciale, ma anche un osservatorio privilegiato sulle dinamiche del mercato nazionale e internazionale del food e della ristorazione. La fiera intende supportare le imprese italiane nel consolidamento della loro presenza sul mercato e nella promozione dell’eccellenza enogastronomica italiana a livello globale. Per tutti gli operatori del settore, partecipare a LEVANTE PROF significa entrare in contatto diretto con le innovazioni più rilevanti, scoprire le nuove tendenze del mercato e rafforzare la propria rete di contatti professionali, confermando Bari come polo strategico per il business e l’innovazione nel Sud Italia. Dettagli principali: Quando: 08 – 11 Marzo 2026 Dove: Fiera del Levante, Bari Evento: X Edizione Mostra internazionale enoagroalimentare LEVANTE PROF si conferma così una finestra privilegiata sul futuro del settore HO.RE.CA., in grado di unire tradizione, innovazione e business in un unico grande evento.
Autore: Sabrina Altamura 7 marzo 2026
La primavera non arriva solo nei giardini e nei paesaggi: entra anche nelle nostre abitudini quotidiane, a partire dalla tavola. Dopo i mesi invernali, più ricchi e spesso più sedentari, il cambio di stagione invita naturalmente a scegliere alimenti più freschi, leggeri e colorati. È proprio dal cibo che può cominciare quel processo di rinnovamento che accompagna molte donne verso una nuova energia. Frutta e verdura di stagione diventano le vere protagoniste del piatto. Fragole, asparagi, piselli, carciofi e insalate novelle portano colore, vitamine e leggerezza, aiutando l’organismo a depurarsi e a ritrovare vitalità. Mangiare “a colori” non è soltanto una scelta estetica, ma un modo concreto per prendersi cura di sé: ogni colore della natura racchiude proprietà preziose per il benessere del corpo. Il rosso delle fragole, ad esempio, è ricco di antiossidanti; il verde delle verdure primaverili favorisce depurazione ed equilibrio; il giallo degli agrumi e dei primi frutti di stagione richiama energia e vitalità. Portare varietà cromatica nel piatto significa quindi nutrire non solo il corpo, ma anche l’umore. Questo ritorno alla leggerezza si riflette presto anche nello stile di vita. Le giornate più lunghe e luminose invogliano a muoversi di più, a passeggiare all’aria aperta, a riscoprire il piacere dello sport o semplicemente del contatto con la natura. Il benessere diventa così un equilibrio tra alimentazione, movimento e attenzione verso se stesse. Con la primavera cambia anche il modo di esprimersi. I colori tornano protagonisti nell’abbigliamento, negli accessori e nei piccoli gesti quotidiani. Un abito più luminoso, un rossetto vivace, un foulard floreale diventano simboli di un’energia ritrovata. Sono dettagli che raccontano una trasformazione interiore prima ancora che estetica. Rifiorire, infatti, significa soprattutto ascoltarsi. Concedersi tempo, coltivare relazioni positive, dedicarsi a ciò che genera serenità. Può essere una passeggiata tra i profumi dei parchi, la lettura di un libro al sole o semplicemente il piacere di condividere un momento con le persone care. La primavera diventa così una metafora della rinascita personale. Una stagione che ricorda come ogni fase più lenta e silenziosa prepari sempre una nuova fioritura. Rifiorire a colori non è solo una tendenza: è uno stile di vita. E spesso tutto comincia da un gesto semplice, quotidiano e naturale — portare più colore nel piatto, per ritrovarlo anche dentro di sé.
Autore: Maria Giovanna Labruna 6 marzo 2026
È la storia della famiglia Starita e, soprattutto, quella di Antonio Starita, per tutti semplicemente Don Antonio, figura simbolo della pizza napoletana nel mondo. A rendergli omaggio è La Gazzetta del Food, che celebra una carriera straordinaria fatta di passione, rigore e profondo rispetto per una tradizione che rappresenta una delle identità più forti della cucina italiana. Una storia che nasce nel 1901 Le radici di questa storia affondano nel 1901, quando Alfonso Starita aprì a Materdei una cantina vinicola con cucina popolare dove i napoletani potevano degustare piatti tipici. Con il passare degli anni quel piccolo locale si trasformò prima in friggitoria e poi in pizzeria, diventando una tappa imprescindibile per chi voleva assaporare la vera pizza napoletana. È in questo solco che si inserisce la figura di Don Antonio Starita, erede di una tradizione familiare che ha saputo custodire e al tempo stesso far evolvere. Con dedizione e grande senso di responsabilità verso il mestiere del pizzaiuolo, Don Antonio ha guidato la storica pizzeria di Materdei rendendola un punto di riferimento internazionale. Ancora oggi è una presenza attiva dietro le quinte del locale, testimone vivente di un sapere artigianale tramandato di generazione in generazione. La pizza napoletana tra cinema e storia La notorietà della pizzeria Starita non nasce solo dalla qualità delle sue pizze, ma anche da episodi che fanno ormai parte della memoria collettiva della città. Nel 1954 il locale fu coinvolto nelle riprese del celebre film L’oro di Napoli, capolavoro diretto da Vittorio De Sica e interpretato, tra gli altri, dalla giovane Sophia Loren. La pizzeria fornì supporto logistico e manodopera per alcune scene del film, diventando parte integrante di quella Napoli cinematografica che avrebbe fatto il giro del mondo. Un ricordo che la famiglia Starita custodisce ancora oggi con orgoglio e affetto. L’ambasciatore della tradizione Nel corso degli anni Don Antonio è diventato uno dei protagonisti della diffusione della cultura della pizza napoletana a livello internazionale. Il suo impegno non si è limitato al lavoro quotidiano in pizzeria: è stato infatti tra i promotori delle Associazione Pizzaiuoli Napoletani e tra i fondatori dell’associazione delle Pizzerie Centenarie, realtà nata per tutelare e valorizzare i locali storici della città. Il suo contributo è stato determinante anche nel percorso che ha portato la pizza napoletana a essere riconosciuta come specialità tradizionale garantita dall’Unione Europea, un traguardo che ha sancito ufficialmente il valore culturale e gastronomico di questo patrimonio. Il metodo Starita Alla base del successo della pizzeria c’è una filosofia semplice ma rigorosa: rispetto della tradizione e qualità assoluta degli ingredienti. Farina di grano tenero, lievitazione naturale, impasto lavorato a mano e cottura rigorosamente nel forno a legna. Un metodo che per la famiglia Starita non è soltanto una tecnica, ma una vera e propria cultura del fare. Questa attenzione alla tradizione non ha impedito alla pizzeria di diventare un punto di riferimento per la critica gastronomica internazionale. Nel tempo sono arrivati riconoscimenti e citazioni da parte di importanti testate e guide come La Repubblica, The Guardian, Gambero Rosso e la Guida Michelin. Una famiglia, una tradizione Accanto a Don Antonio oggi ci sono la moglie Rosaria e i figli Peppe e Mena, protagonisti della nuova generazione che continua a portare avanti l’eredità familiare con lo stesso spirito di dedizione. Non è soltanto una pizzeria, ma un luogo dove la memoria di Napoli continua a vivere attraverso i sapori. Qui la pizza non è semplicemente un piatto: è racconto, identità e cultura popolare. L’omaggio a un custode della tradizione Con questo riconoscimento, La Gazzetta del Food celebra molto più di un grande pizzaiolo. Celebra uno dei custodi più autorevoli della tradizione gastronomica napoletana, un uomo che ha saputo trasformare un mestiere antico in una missione culturale. Don Antonio Starita rappresenta infatti quel legame profondo tra passato e futuro che rende la cucina italiana un patrimonio vivo. Un simbolo di Napoli e del Made in Italy nel mondo, capace di raccontare, attraverso un semplice impasto, oltre centoventi anni di storia, passione e orgoglio partenopeo.
Autore: Maria Giovanna Labruna 6 marzo 2026
La simulazione si è svolta presso la Bottega dello Chef di Zorzi, quartier generale del team ormai da diversi mesi, dove il candidato italiano Matteo Terranova, affiancato dal commis Edoardo Magni, ha replicato gesti, preparazioni e tempistiche della competizione internazionale. A coordinare il lavoro della brigata sono stati il coach Alessandro Bergamo e lo junior coach Noel Moglia, sotto la supervisione del presidente della Bocuse d’Or Italy Academy, lo chef Enrico Crippa, e del direttore Lorenzo Alessio. Una prova a tempo davanti a una giuria d’eccezione Per la prima volta dall’inizio degli allenamenti, la simulazione è stata aperta a una platea qualificata composta da chef stellati e protagonisti della ristorazione italiana. Tra i presenti: Stefano Ciotti, Simone Cantafio, Giancarlo Perbellini, Paolo Teverini, Antonio Santini e Paolo Artelio, insieme ai rappresentanti di FIPE Confcommercio, Mauro Cobelli e Anna Nicolò di Veronafiere. L’esito della prova è stato particolarmente positivo, soprattutto sul fronte delle tempistiche, uno degli aspetti più delicati della competizione. Un risultato che ha rafforzato la fiducia del team alla vigilia della partenza per la Francia. La presentazione ufficiale del team Nel pomeriggio, la famiglia Giuliano Zorzi ed Elisa Zorzi, CEO dell’azienda ospitante, ha organizzato la presentazione ufficiale della squadra diretta a Marsiglia, trasformando la Bottega dello Chef in un momento di incontro tra istituzioni, partner e operatori del settore. L’evento, moderato dal giornalista Antonio Iacona, coordinatore editoriale della rivista Il Cuoco, ha visto salire sul palco, oltre allo chef Crippa e all’intero team, anche l’assessore al Commercio del Comune di Verona Alessia Rotta, il presidente della Federazione Italiana Cuochi Rocco Pozzulo, il presidente di FIC Promotion Carlo Bresciani, la presidente dei Cuochi Veronesi Mida Muzzolon, il general manager della Nazionale Italiana Cuochi Gianluca Tomasi e il vicepresidente nazionale di FIPE Paolo Artelio. Il supporto dei partner e del territorio La giornata ha messo in luce anche il forte sostegno di partner istituzionali e aziende che accompagnano il progetto italiano verso il concorso internazionale. Tra questi: Regione Basilicata, Lurisia Premium Beverages, Casa Bugatti, Bragard Italia, Silikomart Professional, Metro Italia, Carlini 1920, Orobica Pesca e Rosenthal Sambonet Paderno, tra gli altri. «Siamo lieti di essere stati ancora una volta il punto di riferimento e il quartier generale del Team Italia», hanno dichiarato Giuliano ed Elisa Zorzi, ricordando anche il 2026 speciale per l’azienda, che celebra i 50 anni dalla fondazione e i 30 anni dall’avvio dei servizi di noleggio per la ristorazione. Fiducia e spirito di squadra «La squadra ha lavorato molto bene ed è stata nei tempi giusti. Anche questa prima prova ufficiale a porte aperte è stata tra gli allenamenti più efficaci», ha sottolineato lo chef Enrico Crippa, evidenziando la concentrazione e la consapevolezza con cui candidato e brigata stanno affrontando la preparazione. Sulla stessa linea il presidente FIC Rocco Pozzulo, che ha ribadito il valore del lavoro di squadra: «Il nostro team ha svolto tutte le prove con la massima concentrazione e con lo spirito giusto, seguendo il percorso intrapreso insieme dalla Federazione e dalla Bocuse d’Or Italy Academy». A chiudere la giornata è stato un aperitivo conviviale offerto agli ospiti, preparato con il supporto di alcuni chef della Nazionale Italiana Cuochi, coordinati dal responsabile eventi Vito Amato. Ora l’attenzione è tutta rivolta alla selezione europea del Bocuse d’Or a Marsiglia, primo grande banco di prova internazionale per il Team Italia, che punta a conquistare un posto nella finale mondiale del concorso gastronomico più prestigioso al mondo.
Autore: Jessica Sorrentino 5 marzo 2026
Ci sono pizze che nascono semplicemente per essere gustate e altre che nascono per raccontare una storia. La Mimosella appartiene alla seconda categoria. Nella mia rubrica per Gazzetta del Food ho voluto presentare una creazione che fosse prima di tutto un tributo al mondo femminile: complesso, elegante e sorprendente. Proprio come le donne, questa pizza racchiude carattere, dolcezza e forza in un equilibrio di sapori che si svela poco alla volta. La base nasce dall’incontro armonioso di quattro formaggi – asiago, parmigiano, fontal e taleggio – che insieme creano una crema ricca e avvolgente. Ognuno porta con sé una sfumatura precisa: la delicatezza dell’asiago, l’intensità del parmigiano, la morbidezza del fontal e il carattere deciso del taleggio. Un equilibrio che richiama le tante sfaccettature dell’universo femminile. A dare luce alla superficie della pizza arrivano poi piccole gocce di vellutata di datterino giallo. Leggere e luminose, ricordano i fiori di mimosa, simbolo della festa della donna. Il loro tocco dolce e solare illumina la cremosità dei formaggi e crea un contrasto delicato ma ben definito. Il vero cuore della Mimosella, tuttavia, si scopre solo al momento del taglio. Al centro della pizza ho voluto inserire una burratina al gorgonzola, un elemento che rimane nascosto fino all’ultimo. Quando la lama attraversa la pizza, la burratina si apre e libera una cremosità intensa che trasforma il piatto in un’esperienza di gusto. La Mimosella non è soltanto una ricetta. È un simbolo. Racconta tutte quelle donne che ogni giorno lavorano, costruiscono, creano e si reinventano, riuscendo a essere forti e delicate allo stesso tempo. Donne che portano avanti famiglia, passioni e professione con determinazione. Oggi più che mai il mondo femminile rappresenta un esempio di resilienza e modernità. Imprenditrici, artigiane, professioniste, madri, sognatrici e leader: identità diverse che convivono e si completano. Con questa pizza ho voluto raccontare proprio questo: la bellezza della diversità, la forza dell’identità e l’armonia che nasce quando tradizione e innovazione si incontrano. Perché, proprio come la Mimosella, anche le donne sono un equilibrio perfetto tra carattere, dolcezza e mistero.
Autore: Maria Giovanna Labruna 5 marzo 2026
Una firma che profuma di salsedine e tradizione approda nella redazione de La Gazzetta del Food. Assunta Pacifico, anima e cuore del ristorante ‘A Figlia d’ ‘o Marenaro, inaugura una rubrica interamente dedicata alla cucina del mare. Un ingresso che non è solo una collaborazione editoriale, ma un vero e proprio racconto identitario: quello di una donna che ha trasformato la cultura gastronomica marinara napoletana in un simbolo riconosciuto in tutta Italia. La nuova rubrica: il mare raccontato dal mercato alla tavola Ogni mese i lettori troveranno uno spazio dedicato al pesce fresco, alla sua scelta, alla sua lavorazione e alla sua valorizzazione in cucina. Non semplici ricette, ma approfondimenti su: Come riconoscere la freschezza di pesci, molluschi e crostacei La stagionalità del pescato Le tecniche di pulizia e conservazione I segreti per esaltare il sapore naturale del mare La tradizione partenopea reinterpretata in chiave contemporanea La rubrica avrà un taglio pratico e divulgativo, con uno stile diretto e coinvolgente, capace di parlare sia agli appassionati che ai professionisti del settore. Un nome simbolo della gastronomia napoletana Con il suo ristorante di via Foria, Assunta Pacifico ha contribuito a rendere popolare la cucina di mare di qualità, portando in tavola crostacei, frutti di mare e grandi classici partenopei con una visione imprenditoriale moderna. La sua esperienza, maturata tra mercati ittici, fornitori storici e una brigata consolidata, diventa ora patrimonio condiviso attraverso le pagine de La Gazzetta del Food. L’obiettivo? Educare al consumo consapevole del pesce, valorizzare la filiera e raccontare il mare come cultura, sacrificio e passione. Pesce fresco protagonista Al centro della nuova rubrica ci sarà sempre lui: il pescato del giorno. Spazio quindi a: Zuppe di mare della tradizione Primi piatti con frutti di mare Preparazioni crude e cotture leggere Approfondimenti su astici, aragoste, scampi, cozze e vongole Consigli su abbinamenti e presentazione Un percorso editoriale che unisce tecnica, memoria e visione contemporanea, con l’intento di portare “il mare in redazione” e nelle case dei lettori. Con questa nuova collaborazione, La Gazzetta del Food si arricchisce di una voce autentica della gastronomia italiana. E il mare, da oggi, non sarà solo un ingrediente: sarà un racconto continuo.
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