Dalla Calabria all’Accademia Nazionale Pizza DOC: Vincenzo Fotia e l’identità moderna dell’artigiano della pizza

Maria Giovanna Labruna • 18 marzo 2026

Nel panorama sempre più competitivo della pizza contemporanea, dove tradizione e innovazione si rincorrono senza sosta, emergono figure capaci di costruire un’identità solida, riconoscibile e coerente.

È il caso di Vincenzo Fotia, pizzaiolo calabrese originario di Siderno, che ha fatto della sua visione artigianale un tratto distintivo, sintetizzato nel claim “L’artigiano della pizza”.
Il suo percorso professionale segue una traiettoria classica ma tutt’altro che scontata: la gavetta, gli errori iniziali, la formazione sul campo e, soprattutto, la scelta consapevole di trasformare una passione in mestiere. Un’evoluzione che si traduce in un approccio concreto, fatto di studio continuo e attenzione maniacale alla materia prima, elementi ormai imprescindibili per chi ambisce a ritagliarsi uno spazio autorevole nel settore.
La svolta arriva con l’ingresso nell’Accademia Nazionale Pizza DOC, realtà che negli ultimi anni si è affermata come punto di riferimento nella formazione professionale dei pizzaioli. Qui Fotia cresce fino a ricoprire il ruolo di Responsabile per la Regione Calabria e Maestro Istruttore, contribuendo attivamente alla diffusione di una cultura della pizza basata su tecnica, qualità e identità territoriale.
Il suo lavoro si muove lungo un crinale ben definito: da un lato il rispetto della tradizione, dall’altro una spinta verso la contemporaneità che si esprime soprattutto nella ricerca sui topping e negli abbinamenti. Le sue pizze mantengono una matrice riconoscibile, ma si aprono a contaminazioni e interpretazioni che dialogano con il gusto attuale, senza mai risultare forzate.
Particolarmente significativa è la sua attenzione al segmento del senza glutine, ambito in cui negli ultimi anni si gioca una partita importante in termini di inclusività e qualità. Fotia affronta il tema con rigore tecnico, lavorando su impasti e processi che non sacrificano né struttura né sapore. Un impegno premiato con il titolo di Vicecampione del Mondo nella categoria “pizza senza glutine” alla XVII edizione del Premio Caputo, considerato tra i più autorevoli palcoscenici internazionali per i professionisti del settore.
Il suo percorso racconta una tendenza sempre più evidente: quella di un’artigianalità evoluta, che non si limita alla manualità ma incorpora competenze trasversali, dalla formazione alla comunicazione. In questo contesto, l’esperienza di Vincenzo Fotia si inserisce come esempio di crescita costruita nel tempo, capace di coniugare radici territoriali e visione contemporanea.
E proprio da qui parte il racconto più ampio: quello dei pizzaioli dell’Accademia Nazionale Pizza DOC, una nuova generazione di professionisti che sta contribuendo a ridefinire i confini della pizza italiana, tra rigore tecnico, identità e apertura al cambiamento.

D. Origini e percorso: Vincenzo, partendo dalla tua Siderno natale fino a diventare Responsabile per la Calabria dell’Accademia Nazionale Pizza DOC, qual è stato il momento chiave che ha segnato la tua crescita come pizzaiolo?
R. Partire da Siderno è stato fondamentale: è lì che ho costruito le basi della mia identità. Crescere in un contesto fortemente legato alle tradizioni mi ha trasmesso il rispetto per le materie prime e per i tempi della lavorazione.
La svolta è arrivata quando ho compreso che la pizza non era soltanto un mestiere, ma una vera forma di espressione. Da quel momento ho intrapreso un percorso di studio, mettendomi costantemente in discussione e confrontandomi anche oltre i confini della mia terra.
Un cammino che, passo dopo passo, mi ha portato a ricoprire il ruolo di Responsabile per la Calabria dell’Accademia Nazionale Pizza DOC: non un traguardo, ma una responsabilità concreta nei confronti del territorio.

D. Filosofia e stile: Il tuo claim è “L’artigiano della pizza”. Come definiresti il tuo approccio tra tradizione e innovazione, e come si traduce concretamente nella scelta degli impasti e dei topping?
R. Definirmi “artigiano della pizza” significa mettere al centro il lavoro manuale, la cura del dettaglio e una costante ricerca di miglioramento. Il mio approccio nasce dall’equilibrio tra tradizione e innovazione: la tradizione rappresenta una base solida, fatta di tecniche consolidate e sapori autentici; l’innovazione, invece, è ciò che consente di evolversi senza mai perdere l’identità.
Negli impasti questo si traduce in uno studio approfondito delle farine, nei processi di lievitazione e nella ricerca di un’elevata digeribilità. Nei topping, invece, seleziono con attenzione materie prime di qualità, privilegiando prodotti locali e abbinamenti contemporanei. Nulla è lasciato al caso: ogni scelta è pensata per valorizzare al massimo l’esperienza finale, sia per i miei corsisti sia per i miei clienti.

D. Gluten free: Sei stato vicecampione del mondo nella categoria “pizza senza glutine”. Quali sfide comporta lavorare senza glutine e come riesci a mantenere sapore, struttura e identità della pizza?
R. Lavorare senza glutine rappresenta una delle sfide più complesse per un pizzaiolo, poiché viene meno la struttura naturale conferita dal glutine. Questo richiede una conoscenza approfondita delle farine alternative e delle tecniche di lavorazione.
Il segreto sta nel saper bilanciare gli ingredienti e nel curare con precisione ogni fase del processo, dall’idratazione fino alla cottura. Il mio obiettivo è sempre stato quello di creare una pizza che non venga percepita come una semplice “alternativa”, ma come un prodotto completo, capace di esprimere gusto, struttura e una propria identità ben definita.
I riconoscimenti ottenuti nel tempo sono stati importanti, ma soprattutto hanno rappresentato una conferma: è possibile raggiungere livelli di alta qualità anche nel senza glutine.

D. Formazione: In qualità di Maestro Istruttore, quale consiglio dai ai giovani pizzaioli che vogliono affermarsi nel settore senza perdere il legame con la tradizione?
R. Ai giovani pizzaioli dico sempre di coltivare pazienza, costanza e una profonda fame di conoscenza. Questo è un mestiere che richiede sacrificio, studio e tanta pratica. È fondamentale conoscere e rispettare la tradizione, perché solo partendo da solide basi è possibile costruire qualcosa di autenticamente personale.
Allo stesso tempo, è importante mantenere viva la curiosità, sperimentare e non avere paura di commettere errori: sono proprio questi passaggi a favorire la crescita professionale. Ma, soprattutto, consiglio di rispettare sempre il prodotto e il cliente. Sono questi i valori che, nel tempo, fanno davvero la differenza nel percorso di ciascuno di noi.

D. Visione futura: Guardando al futuro, quali sono i progetti o le innovazioni che desideri portare avanti per il tuo brand e per l’Accademia, sia a livello regionale che nazionale?
R. Guardando al futuro, il mio obiettivo è continuare a sviluppare il mio brand, mantenendo sempre alta la qualità e preservando l’identità artigianale. Sto lavorando su nuovi impasti, sulla valorizzazione delle eccellenze calabresi e su progetti dedicati alla formazione.
Con l’Accademia, invece, il traguardo è crescere ulteriormente sul territorio, creando opportunità per i giovani e promuovendo una cultura della pizza sempre più consapevole e professionale. A livello nazionale, credo sia fondamentale fare rete, portando avanti un’idea di pizza italiana riconoscibile, evoluta e profondamente legata alle proprie radici.
L’esperienza di Vincenzo Fotia dimostra che la vera maestria nella pizza nasce dall’unione di passione, tecnica e radici profonde: un percorso che trasforma ogni impasto in identità, ogni gesto in qualità e ogni pizza in un’esperienza che racconta storia, territorio e futuro.
 www.campionatopizzadoc.it
 www.accademianazionalepizzadoc.it

Autore: Cristina Pavlyuk 18 marzo 2026
Il fulcro del piatto è una pasta fresca al nero di seppia, lavorata interamente a mano e tirata al mattarello, dove tecnica e sensibilità manuale si incontrano in un equilibrio preciso. Il formato, creato artigianalmente, richiama la delicatezza di un fiore: ogni pezzo è diverso, vivo, con una tridimensionalità che non è solo estetica ma funzionale alla tenuta della farcia e alla distribuzione del condimento. La sfoglia, sottile ma resistente, avvolge senza sovrastare, lasciando spazio al ripieno di esprimersi con chiarezza. All’interno, la combinazione tra ricotta e gamberoni di Sanremo costruisce un equilibrio giocato sulla dolcezza e sulla morbidezza. La ricotta, setosa e lattica, fa da base neutra ma avvolgente, mentre il gambero introduce una nota marina elegante, mai invasiva. A dare ritmo al boccone interviene la limetta, che non copre ma illumina, inserendo una freschezza calibrata capace di alleggerire e rendere dinamico l’insieme. A completare la struttura del piatto è la bisque di crostacei, concentrata e vellutata, che lega tutti gli elementi con profondità e continuità gustativa. Il caviale, inserito con misura, aggiunge una sapidità fine e una componente testurale che rompe la linearità, offrendo piccoli picchi di intensità. Le scaglie di pomodoro introducono una nota più diretta e leggermente acida, mentre i fiori secchi di fior d’aliso chiudono il piatto con una componente aromatica e visiva che richiama esplicitamente il territorio ligure. Ogni elemento è pensato per dialogare: non c’è sovrapposizione, ma stratificazione. Il risultato è un piatto che si sviluppa in progressione, dove il primo impatto è visivo ed evocativo, seguito da una lettura gustativa che alterna morbidezza, sapidità e freschezza. È una costruzione contemporanea che punta sull’equilibrio più che sull’effetto, mantenendo una coerenza narrativa forte. Se da un lato la cucina contemporanea tende spesso a valorizzare ingredienti umili, qui la scelta è diversa e dichiarata: lavorare su materie prime di pregio per restituire un omaggio diretto al contesto del Festival di Sanremo. Non è un esercizio di stile fine a sé stesso, ma un modo per interpretare il territorio attraverso una lente più raffinata, senza perdere identità. Ci sono piatti che non si limitano a essere mangiati, ma chiedono di essere osservati, quasi ascoltati. “Fiori di Sanremo” è uno di questi: un piatto che racconta cura, intenzione e rispetto per ogni dettaglio. È il tipo di cucina che non cerca di stupire a tutti i costi, ma di lasciare qualcosa — un ricordo preciso, un’immagine, una sensazione che resta. Perché quando tecnica ed emozione trovano un punto d’incontro così nitido, il risultato va oltre il gusto: diventa esperienza.
Autore: Gemma Caruso 18 marzo 2026
Il 19 marzo, a Napoli, non è una semplice ricorrenza religiosa ma un fenomeno culturale che attraversa vicoli, pasticcerie e case private. La festa di San Giuseppe si traduce in un rituale collettivo fatto di profumi intensi, gesti codificati e una protagonista indiscussa: la zeppola. Fritta o al forno, resta uno dei simboli più identitari della tradizione dolciaria partenopea. Oggi la zeppola è terreno di confronto tra tradizione e precisione tecnica. La base resta la pasta choux, che richiede equilibrio tra struttura e leggerezza. La frittura – preferibilmente in olio di arachidi – deve garantire sviluppo e asciuttezza, evitando eccessi di unto. La crema pasticcera gioca un ruolo centrale: vellutata, profumata alla vaniglia e con una nota agrumata, deve sostenere senza coprire. L’amarena finale non è solo decorazione, ma elemento funzionale: introduce una componente acida che bilancia la dolcezza complessiva. Nel panorama attuale cresce anche l’attenzione per gli abbinamenti. Tra le proposte più coerenti, il Lacryma Christi del Vesuvio bianco passito accompagna la struttura della zeppola con note mielate e minerali, creando un dialogo equilibrato tra dolcezza e freschezza. Le origini della zeppola si muovono tra racconto popolare e letteratura gastronomica. Secondo la tradizione, San Giuseppe durante la fuga in Egitto si improvvisò friggitore, legando così il dolce alla cultura dello street food. A Napoli, fino al Novecento, era comune trovare frittellari intenti a prepararle sul momento. La svolta arriva nel 1837, quando Ippolito Cavalcanti inserisce la prima ricetta ufficiale nel suo trattato, segnando il passaggio dalla dimensione popolare a quella codificata della cucina d’autore. Il nome Giuseppe deriva dall’ebraico Yosef (“Egli aggiungerà”), un riferimento che sembra riflettersi perfettamente nell’opulenza di questo dolce, dove ogni elemento – crema, amarena, zucchero – contribuisce a costruire un equilibrio ricco ma riconoscibile. Non è un caso che la festa del 19 marzo sia storicamente legata anche alla figura paterna: la zeppola diventa così espressione di memoria familiare e continuità. In un’epoca in cui la tradizione viene spesso reinterpretata, la zeppola di San Giuseppe resta un punto fermo: un dolce che continua a evolversi senza perdere la sua identità. È il gesto tramandato, il profumo che ritorna ogni anno, il sapore che tiene insieme passato e presente. E forse è proprio in questa semplicità solo apparente che si nasconde il suo valore più autentico: quello di ricordarci, attraverso un morso, da dove veniamo e cosa vale la pena custodire.
Autore: Maria Giovanna Labruna 17 marzo 2026
Un risultato mai raggiunto prima, che segna un momento di svolta per la gastronomia italiana nel panorama competitivo continentale. Dopo mesi di preparazione intensa, sacrifici e allenamenti meticolosi, la squadra azzurra ha dimostrato talento, tecnica e una visione culinaria distintiva, riuscendo a competere ai massimi livelli contro le migliori brigate europee. Sul podio, insieme all’Italia, la Norvegia al secondo posto e la Danimarca, vincitrice della competizione. Oltre al prestigioso terzo posto, il Team Italia ha ottenuto importanti riconoscimenti collaterali: miglior estetica del vassoio, miglior punteggio della giuria di cucina e secondo miglior risultato nel tema “On Stage”. Premi che testimoniano non solo l’eccellenza tecnica, ma anche la capacità creativa e narrativa della squadra. Protagonisti in gara il candidato Matteo Terranova e il commis Edoardo Magni, affiancati da una squadra altamente qualificata guidata da grandi nomi della cucina italiana. Fondamentale il supporto della Federazione Italiana Cuochi, della Bocuse d’Or Italy Academy e dei numerosi partner istituzionali e tecnici che hanno contribuito al percorso di crescita del team. Il progetto gastronomico presentato ha valorizzato i sapori mediterranei attraverso piatti complessi e armonici, in cui ingredienti simbolo del territorio italiano — come il bergamotto calabrese, l’aglione toscano e l’olio extravergine — sono stati interpretati con tecnica contemporanea e grande sensibilità estetica. Particolarmente apprezzata la realizzazione del “Giardino all’Italiana”, un vassoio scenografico ispirato all’architettura rinascimentale, capace di trasformare l’impiattamento in un racconto visivo di forte impatto. Questo risultato rappresenta non solo un traguardo, ma anche un punto di partenza: lo sguardo è ora rivolto alla finale mondiale di Lione nel 2027, dove l’Italia ambisce a confermare e superare questo storico successo..
Autore: Gemma Caruso 17 marzo 2026
Nel panorama dell’artigianato dolciario italiano, il rapporto tra prodotto e significato si sta facendo sempre più centrale. Non si tratta soltanto di qualità delle materie prime o di capacità tecnica, ma di come un alimento riesca a inserirsi in un contesto culturale e sociale più ampio. È in questa direzione che si colloca il caso del Gruppo Caporaso, recentemente riconosciuto da Confesercenti Campania come realtà d’eccellenza. Un riconoscimento che riflette una tendenza diffusa nel settore: l’attenzione crescente verso filiere corte, controllo produttivo e identità territoriale. Elementi che, negli ultimi anni, stanno ridefinendo il posizionamento delle aziende dolciarie artigianali, sempre più orientate a dialogare direttamente con il consumatore finale. Un prodotto simbolico nato in un momento di cris i Il “Mezzo Uovo” nasce durante la fase pandemica, periodo che ha imposto una revisione sia dei modelli produttivi sia delle modalità di consumo. In questo contesto, il prodotto si inserisce come risposta a una domanda più domestica e condivisa del cibo: porzioni pensate per essere consumate insieme, con una struttura che richiama il gesto della divisione e della convivialità. Dal punto di vista tecnico, si tratta di una lavorazione che combina il guscio di cioccolato con inserti di dragees, declinati in diverse varianti. Una tipologia che riflette l’evoluzione del gusto contemporaneo, sempre più orientato alla varietà e alla personalizzazione. Il ruolo del cibo nei contesti sociali Un elemento interessante riguarda l’utilizzo del prodotto anche in ambito sociale, come nel caso della Mensa del Carmine, situata a Piazza Mercato. Iniziative di questo tipo si inseriscono in un fenomeno più ampio che vede il settore food coinvolto in pratiche di redistribuzione e sostegno, soprattutto in occasione delle festività. In questi contesti, il cibo assume un valore che supera quello nutrizionale, diventando occasione di inclusione e partecipazione. Un aspetto che negli ultimi anni ha trovato crescente attenzione anche da parte delle imprese del comparto agroalimentare. Continuità produttiva e radicamento territoriale Fondata nel 1960 a Casamarciano, l’azienda rappresenta un esempio di continuità familiare all’interno del tessuto produttivo campano. Il legame con il territorio si riflette nell’utilizzo di materie prime locali, come la nocciola “mortarella”, e nella scelta di mantenere internamente diverse fasi della produzione. Questa impostazione consente un controllo diretto sulla qualità, ma risponde anche a una richiesta di trasparenza sempre più forte da parte del mercato. In parallelo, molte realtà del settore stanno ampliando la propria presenza oltre i confini nazionali, confrontandosi con nuove dinamiche di distribuzione e consumo. Tra tradizione e nuove dinamiche di mercato Il caso Caporaso si inserisce dunque in una trasformazione più ampia del comparto dolciario artigianale, dove tradizione e innovazione convivono in equilibrio. Se da un lato resta centrale il patrimonio di competenze legate al territorio, dall’altro emerge la necessità di intercettare nuovi linguaggi e occasioni di consumo. In questo scenario, prodotti come il “Mezzo Uovo” rappresentano un esempio di come l’artigianalità possa adattarsi ai cambiamenti, mantenendo un’identità riconoscibile e al tempo stesso rispondendo a esigenze contemporanee. ent source.
Autore: La Redazione 16 marzo 2026
In un tempo in cui molti cuochi inseguono le grandi piazze gastronomiche, Loredana Cornacchione ha scelto la strada opposta: restare. Nata e residente in Molise e professionalmente attiva tra Termoli e il suo territorio, la chef ha deciso di costruire qui il proprio percorso, trasformando quella che per molti sarebbe stata una rinuncia in una dichiarazione d’identità. La sua cucina nasce infatti da un legame profondo con la terra e con i prodotti che la rappresentano. Non è solo una questione di ingredienti, ma di memoria. I sapori della tradizione familiare, i profumi delle cucine di casa, il rispetto per la stagionalità e per la materia prima sono il punto di partenza di un racconto gastronomico che affonda le radici nella cultura contadina del territorio. Ma la cucina di Cornacchione non si limita alla conservazione del passato. La sua visione parte da una convinzione precisa: la tradizione è spesso il risultato di innovazioni che hanno saputo resistere al tempo. Da qui nasce un lavoro di rilettura che alleggerisce i piatti, ne definisce meglio i sapori e introduce tecniche contemporanee senza snaturarne l’identità. Il risultato è una cucina che resta riconoscibile, ma capace di parlare un linguaggio attuale. Il territorio resta il vero protagonista. Ogni ingrediente diventa una scelta consapevole, un modo per raccontare la biodiversità di una regione ancora autentica e poco omologata. Nei suoi piatti convivono emozione, cultura gastronomica e attenzione al benessere: per la chef cucinare significa prendersi cura delle persone, perché il cibo è prima di tutto amore e condivisione. Con questa visione, Loredana Cornacchione diventa oggi una nuova firma della La Gazzetta del Food, dove inaugurerà una rubrica dedicata al racconto gastronomico del Molise. Un nuovo spazio editoriale che porterà alla luce storie, prodotti e tradizioni di un territorio spesso lontano dai riflettori, ma ricchissimo di identità. Più che custodire la memoria, Cornacchione la accompagna nel tempo: un gesto che trasforma ogni piatto in un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo ancora diventare.
Autore: La Redazione 13 marzo 2026
Nel panorama della panificazione artigianale italiana, le storie più autentiche nascono spesso da un ritorno alle origini. È il caso di Angelo Amicucci, Master Baker e Pinsa Maker, che ha trasformato il Panificio Amicucci in un laboratorio di ricerca sul pane contemporaneo. La sua avventura professionale inizia nel 2014, quando rileva il forno fondato nel 1980 dai genitori Giuseppe e Fiorina a Furci, nell’entroterra chietino. Prima di tornare a casa, Amicucci aveva intrapreso una strada diversa: laurea in Architettura e arredamento d’interni e diverse esperienze professionali. Ma il richiamo del pane, del profumo di farina e dei gesti appresi nell’infanzia, si è rivelato irresistibile. Dopo aver assimilato le tecniche tradizionali, Angelo ha avviato un percorso di sperimentazione personale. L’attenzione a farine, idratazioni e lievitazioni naturali ha portato alla nascita del suo lievito madre, cuore della produzione, e a pani fragranti, complessi e digeribili. L’incontro formativo con Gabriele Bonci sui pani agricoli ha ampliato ulteriormente la sua visione: lievitazioni lente, impasti ad alta idratazione e profili aromatici ricercati diventano marchio di fabbrica. Dal 2018 Amicucci firma anche il panettone artigianale, frutto di una costante sperimentazione tra gusto, consistenza e aromi. Non solo pane: la scoperta della pinsa romana lo porta a creare due nuove realtà nel 2018, PaneePinsa a San Salvo Marina e Amicucci Pinsa e Arrosticini a Vasto, espressione della sua capacità di unire tradizione e innovazione. Oggi il Panificio Amicucci è un piccolo laboratorio dove qualità, passione e radici profonde convivono con ricerca e creatività. Ed è da qui che inizia il viaggio di Angelo nella Gazzetta del Food, pronto a raccontare il pane non solo come alimento, ma come cultura, tecnica e identità.
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