Salvatore Polizzi: tra formazione e memoria di Antonio Giaccoli nell’Accademia Pizza DOC

Maria Giovanna Labruna • 30 giugno 2026

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l pizzaiolo Salvatore Antonio Polizzi è una figura professionale che ha costruito il proprio percorso attraverso un’esperienza internazionale ampia e strutturata, maturata nel tempo grazie a studio, disciplina e confronto continuo con diverse culture della pizza e della ristorazione.

Nato a Caltanissetta nel 1992, lascia l’Italia giovanissimo per formarsi all’estero, intraprendendo un percorso che lo porta a sviluppare competenze tecniche e gestionali in vari contesti europei. La sua prima esperienza significativa arriva a Bruxelles, dove inizia come aiuto pizzaiolo e incontra il maestro pizzaiolo napoletano Bernardo Arnolfo, figura determinante per la sua crescita professionale. In questa fase approfondisce la tradizione della pizza napoletana.

Successivamente amplia il proprio bagaglio tecnico passando dallo stile napoletano alla pizza romana, alla pizza al taglio e alla pizza contemporanea, specializzandosi nelle tecniche moderne di impasto, gestione delle fermentazioni e organizzazione del lavoro in laboratorio. Questo approccio multidisciplinare diventa uno dei pilastri della sua identità professionale.

Il suo percorso prosegue con la compagnia Mamma Roma, dove ricopre il ruolo di responsabile del punto vendita di Place du Châtelain, sviluppando competenze manageriali legate alla gestione del personale, del servizio e degli standard qualitativi. Successivamente lavora presso Osteria Fico, dove approfondisce il segmento della pizza gourmet e la sua evoluzione in chiave contemporanea.

Negli anni successivi lavora in diversi Paesi europei — tra cui Spagna, Olanda, Svizzera, Croazia, Germania e Francia — confrontandosi con metodi di lavoro differenti e rafforzando la propria identità professionale attraverso l’adattamento a contesti multiculturali e altamente competitivi.

Una tappa centrale della sua carriera è l’ingresso nel gruppo Big Mamma a Parigi, dove opera presso la Pizzeria Popolare, una delle realtà più riconosciute a livello europeo per la ristorazione italiana contemporanea. Questa esperienza contribuisce a consolidare ulteriormente la sua visione della pizza come prodotto culturale, tecnico e identitario.

Parallelamente entra nel percorso formativo dell’Accademia Nazionale Pizza DOC, dove sviluppa un percorso strutturato fino a diventare istruttore. Qui matura definitivamente la sua vocazione per la formazione, comprendendo che il valore più alto del mestiere non è solo la produzione, ma la capacità di trasmettere conoscenza e metodo.

Oggi Salvatore Antonio Polizzi è Istruttore dell’Accademia Nazionale Pizza DOC e si occupa di formazione professionale, sviluppo tecnico degli allievi e diffusione del metodo Pizza DOC. Opera in particolare in Turchia, dove contribuisce alla crescita del movimento formativo, alla standardizzazione dei processi e alla creazione di nuovi percorsi dedicati a pizzaioli e professionisti del settore, mantenendo sempre un approccio coerente con gli standard dell’Accademia.

Nel corso della sua carriera ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui l’inserimento nella Top 50 Pizza in Turchia durante la sua esperienza come Chef Executive presso Filo d’Olio, il premio come Miglior Pizzaiolo della Turchia al Campionato Mondiale Pizza DOC e il Global Vision Award assegnato durante TuttoFood Milano.

La sua filosofia professionale si basa su un principio chiaro: la qualità non dipende dallo stile della pizza, ma dalla conoscenza dei processi, dal rispetto delle materie prime e dalla capacità di applicare un metodo replicabile, controllabile e costante nel tempo.

A un mese dalla scomparsa del Presidente Antonio Giaccoli, il racconto di Polizzi si trasforma in una riflessione più profonda sul valore umano e professionale lasciato dal fondatore dell’Accademia.

A un mese dalla scomparsa del Presidente Antonio Giaccoli, cosa rappresenta oggi la sua figura?

Per me il Presidente Antonio Giaccoli rappresenta molto più del fondatore dell’Accademia. È stato un punto di riferimento umano e professionale assoluto, una guida capace di insegnarmi che il valore di un professionista non si misura solo dalla tecnica, ma soprattutto dalla sua capacità di essere una persona corretta, umile e responsabile.

Oggi la sua figura è ancora presente in modo concreto: non come ricordo distante, ma come metodo di lavoro vivo. Ogni volta che entro in aula o in laboratorio, la sua visione è presente nelle scelte, nei dettagli e nell’approccio alla formazione. La sua eredità non è simbolica, è operativa: continua a vivere nei percorsi formativi, nei nuovi istruttori e nei professionisti che stanno crescendo dentro l’Accademia.

Per me personalmente è una responsabilità quotidiana. Significa chiedersi costantemente non solo “cosa fare”, ma “come lo avrebbe fatto lui”.

In che modo la sua visione continua a influenzare la formazione?

La visione del Presidente ha cambiato completamente il modo di intendere la formazione. Lui non ha mai visto l’Accademia come un semplice luogo di insegnamento tecnico, ma come un ambiente di crescita umana e professionale.

Ci ha trasmesso un’idea molto chiara: un istruttore non è solo chi insegna a fare una pizza, ma chi forma persone capaci di affrontare il lavoro con consapevolezza, rispetto e disciplina. Questo significa che ogni allievo non viene valutato solo sulla performance, ma sul percorso di crescita che riesce a compiere.

Nel mio lavoro cerco di mantenere questo equilibrio ogni giorno. La tecnica è fondamentale, ma deve essere accompagnata da un atteggiamento corretto: puntualità, ordine, rispetto delle regole e capacità di lavorare in squadra. Senza questi elementi, la tecnica da sola non basta.

La sua visione continua a essere una bussola che orienta ogni decisione formativa.

Qual è il messaggio più importante che ha lasciato e come viene portato avanti oggi?

Il messaggio più importante che il Presidente mi ha lasciato è che la conoscenza non ha valore se resta chiusa. La vera crescita avviene quando ciò che sai viene condiviso senza paura, con generosità e responsabilità.

Questo principio ha un impatto enorme nella formazione. Significa che un istruttore non deve trattenere informazioni per sé, ma deve creare le condizioni affinché ogni allievo possa migliorare e diventare autonomo.

Nelle mie lezioni questo si traduce in un approccio molto diretto e pratico: ogni passaggio viene spiegato, dimostrato e corretto fino a quando l’allievo non è realmente in grado di replicarlo. Non esistono segreti, esiste metodo.

Portare avanti questo messaggio oggi significa continuare a formare professionisti veri, non semplici esecutori. È questo che dà valore al lavoro dell’Accademia.

Quali sono oggi i criteri fondamentali del percorso di formazione dell’Accademia?

Il percorso formativo dell’Accademia è costruito su una struttura completa che non si limita alla produzione della pizza, ma abbraccia tutti gli aspetti della professione.

Si parte dalla teoria degli impasti, dalla comprensione delle farine, delle fermentazioni e dei processi chimici che determinano qualità e digeribilità. Si passa poi alla pratica, dove ogni allievo viene seguito nella gestione dell’impasto, nella stesura, nella cottura e nel controllo del risultato finale.

Ma un elemento fondamentale è la gestione del lavoro: organizzazione della postazione, pulizia, tempi di servizio e coordinazione con il team.

Per diventare istruttore, invece, non è sufficiente la competenza tecnica. Serve maturità professionale, capacità di comunicazione, leadership e soprattutto la volontà di assumersi la responsabilità di formare altri professionisti.

La certificazione rappresenta quindi un percorso serio, strutturato e selettivo, che valorizza non solo ciò che sai fare, ma anche ciò che sai trasmettere.

Come garantite standard internazionali di qualità?

Il principio fondamentale è uno: il metodo deve essere unico.

Ogni Paese in cui operiamo ha una cultura gastronomica diversa, ingredienti differenti e abitudini di consumo specifiche. Tuttavia, lo standard qualitativo dell’Accademia rimane invariato.

Per questo utilizziamo programmi formativi condivisi, procedure tecniche precise e una supervisione costante del lavoro. L’obiettivo non è adattare la qualità, ma adattare l’applicazione mantenendo lo stesso risultato finale.

In questo senso, il lavoro svolto in Turchia è emblematico: si rispettano le materie prime locali, ma si mantiene intatto il metodo italiano.

Il concetto chiave è semplice ma fondamentale: la ricetta può cambiare, il metodo no. Ed è proprio questa coerenza che permette all’Accademia di essere riconoscibile e credibile a livello internazionale.

Nel ricordo del Presidente Antonio Giaccoli, tutto questo assume un significato ancora più profondo: la sua eredità non è solo nella storia dell’Accademia, ma nel lavoro quotidiano di chi continua a credere che formare un pizzaiolo significhi, prima di tutto, formare una persona.


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