CERIMONIA INAUGURALE 87^ FIERA DEL LEVANTE IL DISCORSO DEL SINDACO DI BARI VITO LECCESE

Comunicato • 28 settembre 2024
Autorità, signore e signori, ministro Urso, è per me un grande onore darvi il benvenuto a Bari in una giornata così speciale per la mia città - Inizia cosi il primo cittadino di Bari  il discorso per la cerimonia inaugurale dell'87^ Fiera del Levante.

Di seguito il discorso del sindaco di Bari Vito Leccese 

Una giornata speciale, se posso dirlo, anche per me. E mi perdonerete l’emozione. Inutile negarlo, indossare questa fascia, su questo palco, ha un significato che va molto al di là di una inaugurazione. La fiera resta, per me, la passeggiata di un bambino tra i viali, le luci colorate, i profumi delle merendine appena sfornate. La fiera è il bianco e nero dei film trasmessi di mattina dalla Rai. La fiera è il giro del mondo nella Galleria delle Nazioni, una specie di Google Earth pieno di facce, parole, sorrisi e oggetti da toccare, senza la mediazione di uno schermo.
La fiera, da sempre, sancisce la ripresa dalla pausa estiva e, in questo caso, anche l’avvio del nuovo governo della città.
Sono stati mesi intensi quelli appena trascorsi. Tanta strada è stata fatta, grazie a chi mi ha preceduto, e tanta altra ce n’è ancora da fare. Ci vorranno pazienza e temperanza per costruire un tempo nuovo per tutti quei cittadini che vorranno realizzare insieme a noi la Bari del futuro. Questo è il tempo del lavoro, della costruzione, della semina.
Semina, una parola a cui tengo particolarmente. La semina è il lavoro complicato di chi costruisce con pazienza. Chi semina non si accontenta di guardare il presente, ma con cura, dedizione e coraggio prepara il terreno per il futuro. Un futuro migliore.
È questo l’auspicio che rivolgo a tutti voi porgendovi il saluto della città di Bari: benvenuti all’87esima Fiera del Levante!
Benvenuto a lei, ministro Urso: benvenuto nella città di Bari, dove l’Oriente incontra l’Occidente. Le do il benvenuto a nome della città dove i confini, nei secoli, si sono trasformati in margini porosi, ponti per i popoli che in cammino l’hanno attraversata, facendola crescere e maturare. Di ognuno di quei popoli, conserviamo testimonianze: nelle nostre strade, nelle nostre case e, più di tutto, nel nostro DNA.
Benvenuto nella città dove l’accoglienza, il rispetto per l’altro, la forza del multiculturalismo si sono incarnate nella figura del nostro santo patrono, San Nicola, che con il suo patrimonio di fede e di cultura ha reso la nostra città terra di incontro e di condivisione. Proprio qui, non molto tempo fa, il Santo Padre ha richiamato i patriarchi e i capi delle chiese del Medio Oriente al dialogo, in una giornata storica di preghiera per una terra martoriata dalla guerr
 
Preghiere che, evidentemente, non hanno raggiunto il cuore degli uomini, che ormai da diversi mesi sono protagonisti di una nuova guerra, ancora più feroce. Una guerra ingiusta, come ingiuste sono tutte le guerre, per cui più volte abbiamo invocato con forza il cessate il fuoco. Perché per noi riportare la pace in Palestina significa riportare la pace in Medio Oriente.

Siamo costretti a parlare ancora e sempre di guerre, nel 2024, e sembra incredibile. Ne è pieno il mondo. Persino in Europa, nel cuore di quella che negli ultimi decenni sembrava essere una culla di pace, si torna a parlare di corsa al riarmo.
 
Come dice David Grossman, il più grande intellettuale israeliano vivente: “La pace è l’unica strada, perché ogni spada è sempre un’arma a doppio taglio”.

Per questo da Bari, città operatrice di pace, vorrei che si levasse, ancora una volta, un appello accorato affinché tacciano le armi.

Bentornato ministro Urso in questa terra, che grazie al suo Governo solo qualche mese fa ha ospitato il vertice del G7, una vetrina eccezionale che ha nuovamente permesso ai pugliesi di far conoscere al mondo le eccellenze della nostra terra. Da qualche anno stiamo sperimentando le ricadute e i benefici di eventi internazionali di tale portata. Già nel 2017 con il G7 Finanze, e poi nel 2021 con il G20 Esteri, Bari aveva richiamato su di sé l’attenzione di tutto il mondo.
Occasioni in cui siamo stati in grado di dimostrare la maturità e la vocazione internazionale della nostra città e della nostra terra. Occasioni che, sfruttate al meglio soprattutto da cittadini, imprenditori e da tutto il tessuto sociale della città, ci hanno permesso di scalare le classifiche delle mete turistiche internazionali. Di questo non possiamo che essere orgogliosi. Ma, al tempo stesso, siamo consapevoli che quelli che sembrano traguardi straordinari devono rappresentare per Bari punti di partenza per nuove sfide, altrettanto straordinarie.

Il turismo è oggi una leva economica importantissima per la città, ma si tratta di un fenomeno che va governato e indirizzato con un approccio strategico. Dobbiamo intervenire sui servizi per qualificare l’offerta ed evitare che, per vincere la classifica dei clic sui portali turistici, Bari perda la sua autenticità, la sua identità.
Il cosiddetto “overtourism” riduce drasticamente l’offerta di alloggi disponibili, contribuendo a determinare per i cittadini un disagio abitativo che va affrontato con urgenza e determinazione per scongiurare la possibilità che la nostra diventi una città di “persone senza case e di case senza persone”.

Da baresi, ogni giorno siamo orgogliosi di vedere migliaia di turisti passeggiare nelle nostre strade, fermarsi nelle nostre piazze, entrare e uscire dai portoni dei nostri palazzi, con la disinvoltura di chi si sente a casa. Ma questo orgoglio non può cancellare una consapevolezza: oltre 400 famiglie baresi, donne, uomini, bambini, persone anziane sono alla ricerca di un tetto sulla loro testa. Ebbene, se la città, come dice Lévi-Strauss, è il progetto umano per eccellenza, noi davanti a questa richiesta di aiuto non possiamo voltarci dall’altra parte.
Negli ultimi anni, a causa del covid, della crisi economica e dell’inflazione, le famiglie sono diventate indubbiamente più povere. E questo fenomeno non coinvolge soltanto le fasce sociali più vulnerabili, ma anche la classe media. È un disagio evidente, che incrocio ogni mattina, al mio arrivo a Palazzo di Città, dove da 15 anni non si vedevano persone cercare un giaciglio per la notte tra le colonne del Teatro Piccinni.
E purtroppo piove sul bagnato, perché questo quadro di disperazione viene aggravato dai tagli alle risorse previste sul contributo alloggiativo o sul reddito di cittadinanza, misure di protezione sociale che in questi anni hanno aiutato tanti sindaci a sostenere famiglie e persone in difficoltà.

Nella sola città di Bari, oltre 20.000 persone rischiano di restare indietro. E noi siamo preoccupati, ministro Urso, inutile nasconderlo. Siamo preoccupati per i nostri concittadini.

Siamo pronti a lavorare, non ci spaventa, non ci ha mai spaventato. Siamo pronti a prendere decisioni, anche complicate. Siamo pronti a portare avanti, a tutti i costi, le opere importanti, fondamentali che il PNRR ha finanziato. Ma sappiamo che da soli non ce la faremo. Non ci interessa tagliare il nastro di un asilo per pubblicare un selfie su instagram, se quel nastro verrà riannodato subito dopo, perché quell’asilo, senza i soldi per gestirlo, resterà chiuso.

Le chiedo dunque, ministro Urso, di farsi portavoce presso il Governo affinché ascolti i sindaci, tutti i sindaci d’Italia, che reclamano una nuova intesa tra Governo centrale ed enti locali. Le chiedo di farsi promotore di un’alleanza civile nell’interesse esclusivo dei cittadini.
Glielo chiedo senza alcuna polemica. In tanti anni di servizio, pur senza rinunciare alle mie idee e ai miei principi, ho sempre preferito l’incontro allo scontro, il dialogo alla dialettica muscolare. E oggi, da sindaco, sento di appartenere a una comunità molto più grande della mia parte politica: quella della mia città.

Una città che ha faticato per arrivare fin qui. Una città alla quale non è stato regalato niente e che ha scelto di investire su se stessa e sui suoi talenti. Una città che rivendica certamente più autonomia, purché questa non sia una formula ambigua, utile ad aumentare le distanze tra chi ha di più e chi ha di meno. Purché non sia la firma in bianco su un contratto capestro in cui si scopre, alla fine, che stiamo svendendo il nostro futuro 

.Abbiamo lavorato tanto per arrivare fin qui e arrendersi non è un’opzione. E non perché siamo ostinati, anzi sì, forse un po’ lo siamo, devo ammetterlo, ma lo siamo perché amiamo profondamente questa città. Anche nei momenti più difficili abbiamo scelto di andare avanti a testa alta, senza paura né vergogna.

La nostra città è stata vigilata speciale per sei mesi. Sei lunghissimi mesi.

E noi, dopo lo sgomento iniziale per le modalità e la tempistica (argomenti su cui non voglio tornare), abbiamo fatto tutto il possibile, da servitori dello Stato, per consentire agli ispettori di svolgere nel migliore dei modi il loro lavoro. Abbiamo collaborato con senso istituzionale e spirito di servizio, con disciplina e onore, gli stessi con cui abbiamo lavorato negli anni per far crescere la nostra comunità e provare a liberarla dalla presenza asfissiante della criminalità organizzata. E se qualcosa non è andato come doveva, siamo pronti a fare ammenda.

Ciò che non possiamo permettere, è di essere accusati di connivenza con le mafie. Non possiamo permetterlo. E non per difendere il nostro onore ma per difendere la storia, l’impegno, i sacrifici di una città intera e della sua comunità negli ultimi vent’anni.

Nei prossimi mesi lavoreremo alla nuova pianificazione urbanistica generale avendo come principio guida la Nature Restoration Law, la legge sul ripristino della natura, entrata in vigore lo scorso agosto dopo il voto del Parlamento europeo: espansione degli spazi verdi urbani, mobilità sostenibile, tutela della biodiversità, recupero degli habitat negli ecosistemi marini.

Questi sono solo alcuni degli obiettivi che ci siamo dati. La nostra sfida sarà rendere Bari protagonista di un cambiamento possibile.

Qualcuno, ascoltandomi, potrebbe dire che sono un sognatore. Eppure una cosa posso darvela per certa: io ci proverò. Ogni giorno, ogni ora di questa nuova avventura. Anzi, ci proveremo. Insieme. Perché un sindaco, senza la sua comunità, non può fare nulla.
Ci proveremo insieme, con determinazione, certo. Ma con temperanza. Una parola che è per me un simbolo.
Perché il coraggio non sempre ruggisce. Il coraggio a volte parla con una voce piccola ma ferma. Quella voce che, alla fine del giorno, porti a casa con te, e che ti fa dire: “ci proverò di nuovo domani!”.
Questo farò nei prossimi cinque anni: ci proverò ogni giorno. E, se non ci riuscirò, ci proverò ancora domani

Buona Fiera del Levante a tutti!
Autore: La Redazione 21 marzo 2026
Da oltre trent’anni vive a Genzano di Roma, dove ha costruito un progetto ristorativo solido e coerente, fondato su tecnica, disciplina e profondo rispetto per la materia prima. La sua è una cucina di grande professionalità, maturata nel tempo e affinata attraverso esperienza e ricerca: precisa, identitaria, mai concessiva alle mode. Grano, olio extravergine, erbe spontanee e prodotti essenziali diventano protagonisti di un linguaggio culinario rigoroso, capace di esprimere autenticità senza artifici. Il ristorante di Palmieri non è solo un luogo dove si mangia bene: è uno spazio dove la competenza incontra la visione. Ogni piatto è costruito con metodo, ma anche con intenzione narrativa, trasformando l’esperienza gastronomica in qualcosa di più profondo e duraturo. Un passaggio cruciale nella sua traiettoria personale e professionale arriva a 47 anni, con la diagnosi di dislessia. Una scoperta che segna una svolta, aprendo nuove possibilità espressive. Da quel momento, accanto allo chef emerge con forza l’artista. Scrittura e pittura diventano linguaggi paralleli, strumenti attraverso cui Palmieri amplia il proprio racconto. Nei suoi testi esplora temi legati all’identità, alla fragilità e al riscatto, mentre nella pittura libera emozioni che sfuggono alle parole. Non un semplice cuoco, dunque, ma un autore completo: un artista capace di muoversi tra forme diverse mantenendo una coerenza espressiva rara. Oggi Nino Palmieri è una figura poliedrica: chef di grande esperienza e rigore, ma anche creativo autentico, capace di trasformare ogni gesto — in cucina come sulla tela o sulla pagina — in espressione personale. Una dualità che rappresenta il cuore della sua forza. Il suo ingresso tra le firme de La Gazzetta del Food conferma questa identità complessa e contemporanea. Qui porta una voce che unisce competenza gastronomica e sensibilità artistica, offrendo ai lettori non solo contenuti, ma esperienze da leggere e sentire. Perché seguire la sua storia significa ricordare che la professionalità, la passione e l’arte non sono separati: sono strumenti per raccontare chi siamo, per emozionare e per lasciare un segno che resta. Benvenuto, Chef Nino, tra le pagine della nostra redazione.
Autore: Chef Gregori Nalon 21 marzo 2026
La sua forma da panettone nasconde similitudini con la colomba classica ed è per questo che per me rappresenta un grande lievitato pasquale. Un aspetto che trovo particolarmente interessante è che la focaccia veneziana, detta anche “fugassa”, nasce nei panifici più che nelle pasticcerie, anche se oggi queste ultime la stanno riscoprendo e valorizzando sempre di più. Nel tempo ho notato quanto sia difficile attribuirle un’identità storica univoca: esistono moltissime varianti diffuse nelle diverse città venete. È proprio questa mancanza di codifica che, a mio avviso, l’ha mantenuta autentica e profondamente legata al territorio. Qui condivido il mio metodo, con trucchi, ingredienti e accorgimenti per ottenere una fugassa personale, equilibrata e contemporanea. PRIMO GIORNO – PRIMO IMPASTO (ore 9.00) Ingredienti per la biga : 100 g acqua, 100 g farina forte (tipo Manitoba), 5 g lievito compresso, 2 g malto secco o miele. Procedimento: Sciolgo il lievito con il malto e l’acqua, unisco la farina e impasto. Lascio maturare a 20°C per 12 ore, coprendo bene l’impasto e mantenendolo compatto per sviluppare forza. PRIMO GIORNO – SECONDO IMPASTO (ore 21.00) Ingredienti: 200 g biga, 550 g farina 00, 10 g lievito compresso, 275 g latte intero freddo, 210 g zucchero grezzo, 100 g uova intere, 70 g tuorli, 200 g burro fresco. Procedimento: Emulsiono lo zucchero con il latte e il lievito e verso in impastatrice. Aggiungo la farina e mescolo brevemente, poi lascio riposare 30 minuti (idrolisi). Successivamente inserisco la biga a pezzetti e inizio a impastare. Aggiungo a filo uova e tuorli battuti, quindi incorporo il burro morbido fino a ottenere un impasto liscio ed elastico. Trasferisco l’impasto in un contenitore pulito, copro e lascio maturare a 16°C per 12 ore. BASE AROMATICA Ingredienti: 70 g miele, 30 g scorza d’arancia, 30 g scorza di limone, 1 stecca di cannella, semi di vaniglia, 16 g sale, 30 g Marsala, 30 g grappa. Preparazione: Preparo la base aromatica e la lascio macerare per almeno 12 ore: è qui che costruisco l’identità del prodotto. SECONDO GIORNO – TERZO IMPASTO (ore 9.00) Ingredienti : Impasto maturato, 340 g farina 00, 5 g lievito, 50 g tuorli, 70 g uova intere, 130 g zucchero grezzo frullato, 130 g burro morbido, 30 g panna fresca, base aromatica, 100 g gocce di cioccolato. Procedimento: Rimetto l’impasto in planetaria, aggiungo la farina e lavoro per dare struttura. Unisco a filo la miscela di uova, tuorli, zucchero e lievito. Inserisco la base aromatica e la panna, poi il burro poco alla volta. Completo con Marsala, grappa e gocce di cioccolato. L’impasto è pronto quando torna perfettamente incordato. Controllo sempre che la temperatura finale resti tra 24 e 25°C. Lascio puntare per circa 1 ora e mezza, poi spezzo (consiglio 750 g), copro e faccio rilassare. Pirlare per me è un passaggio fondamentale: creo tensione, lascio riposare e poi ripeto la formatura prima di inserire nei pirottini bassi. Faccio lievitare a 27°C fino a circa 1 cm dal bordo. PRIMA GLASSA (PER LA COTTURA) Ingredienti: Farina di mandorle, zucchero a velo, zucchero semolato, farina di riso, albume, olio di arachide, lievito istantaneo, succo di limone. Procedimento: Frullo tutto e distribuisco una quantità leggera sulla superficie prima della cottura. COTTURA Cuocio a 155–165°C per 45–50 minuti. Verifico sempre che il cuore raggiunga i 92–94°C. Appena sfornate, capovolgo le fugasse e le lascio raffreddare completamente. GLASSA AL COCCO E LIME Ingredienti: Cioccolato bianco, cocco rapè, panna fresca, zucchero, scorza di lime, liquore al cocco. Procedimento: Sciolgo il cioccolato, porto panna e zucchero a temperatura, unisco il tutto e aggiungo cocco e lime. Lascio stabilizzare a circa 30°C prima di glassare. FINITURA Ingredienti: Fave di cacao, sale grosso, acqua. Procedimento: Mescolo e asciugo in forno fino a ottenere una granella croccante e sapida. Completo la fugassa fredda con la glassa e la finitura alle fave di cacao. Questa è la mia interpretazione della fugassa: un equilibrio tra memoria e ricerca, dove la tecnica incontra il gusto contemporaneo. Sono convinto che ogni lievitato racconti qualcosa di chi lo realizza: per me è un modo per prendermi cura degli altri, attraverso il tempo, la precisione e il rispetto delle materie prime. — Chef Gregori Nalon
Autore: Maria Giovanna Labruna 21 marzo 2026
Il programma, prodotto da TVCOM, prosegue il suo racconto dell’Italia attraverso un punto di vista originale, che intreccia paesaggio, cultura e tradizioni locali. Questa settimana i riflettori si accendono sui Castelli Romani, un territorio ricco di storia e fascino situato a pochi chilometri dalla Capitale. Le colline dei Castelli Romani rappresentano da secoli una meta privilegiata per la villeggiatura. Già in epoca antica, nobili e imperatori sceglievano questi luoghi per sfuggire alla calura di Roma, dando vita a un vero e proprio “distretto del riposo” ante litteram. Un’identità che si è consolidata nel tempo, lasciando in eredità un patrimonio unico fatto di ville storiche, giardini e panorami suggestivi. Il viaggio raccontato da “Green Tour” attraversa alcuni dei luoghi simbolo della zona, dal sistema delle ville tuscolane fino alla splendida Villa Mondragone, una delle dimore più rappresentative del territorio. Un itinerario che unisce arte, architettura e natura, restituendo il senso di un tempo scandito ancora oggi dal piacere dell’otium. Come da tradizione del programma, grande spazio è dedicato alle persone: artigiani, botteghe e piccoli imprenditori che custodiscono saperi antichi e contribuiscono a mantenere viva l’identità locale. Storie autentiche che dimostrano come il patrimonio culturale e produttivo italiano continui a essere una risorsa concreta anche per il futuro. Le puntate di “Green Tour” sono disponibili anche online sul sito ufficiale di La7.
Autore: Chef Rosalba Marte 20 marzo 2026
Un percorso tra tradizione e rivisitazione, in cui ogni piatto racconta la storia della nostra cultura culinaria: dall’agnello ai carciofi, dai fiadoncini di formaggio, dolci e salati, fino a un vero trionfo di sapori autentici. Presentazione L’agnello cacio e ova è un tipico piatto pasquale abruzzese, profondamente legato alla tradizione e ai suoi simboli. L’agnello e le uova, elementi centrali della festività, si incontrano in una preparazione dal gusto deciso ma equilibrato, arricchita da una cremina di pecorino che rende il piatto avvolgente e ricco di carattere. Una ricetta che si tramanda da generazioni e che ancora oggi rappresenta l’essenza della cucina di territorio. Ingredienti per 4 persone 1 kg di polpa di agnello 7 uova 150 g di pecorino grattugiato 1 cipolla dorata 100 ml di vino bianco secco 1 rametto di rosmarino 1 rametto di timo 1 foglia di alloro 4 bacche di ginepro Olio extravergine di oliva q.b. Sale e pepe q.b. Preparazione Affettare finemente la cipolla e tagliare l’agnello a cubetti. In una casseruola scaldare l’olio extravergine di oliva, unire la cipolla e le bacche di ginepro e lasciare stufare dolcemente. Aggiungere l’agnello e le erbe aromatiche, rosolare a fuoco vivace, quindi salare e pepare. Sfumare con il vino bianco e lasciare evaporare. Unire acqua fino a coprire la carne, coprire con coperchio e cuocere a fuoco medio per circa 35 minuti. Eliminare gli aromi. A parte sbattere le uova con il pecorino, quindi versare il composto sull’agnello a fuoco molto basso, mescolando delicatamente fino a ottenere una cremina morbida e avvolgente. Servire ben caldo, completando con un filo di olio extravergine a crudo. Un piatto simbolo della Pasqua abruzzese che racconta, attraverso sapori autentici, il legame profondo tra cucina, tradizione e territorio. “La tradizione non si copia: si ascolta, si rispetta e poi si racconta con la propria anima.” Chef Rosalba Marte
Autore: Nicoletta Montesano 19 marzo 2026
C’è chi porta la musica sul palco e chi, dietro le quinte, riesce a raccontare un territorio attraverso i sapori. È il caso di Emanuele Ricchiuti, chef originario di Pisticci, recentemente protagonista di un’esperienza d’eccellenza a Festival di Sanremo, dove ha guidato la cucina di Casa Sanremo. Un incarico tutt’altro che secondario: Ricchiuti ha firmato un percorso gastronomico capace di coniugare identità territoriale e gusto contemporaneo, portando in tavola il meglio del pescato jonico. Piatti che non solo hanno conquistato gli artisti presenti alla kermesse, ma anche il conduttore Carlo Conti, tra i primi estimatori della sua cucina. Alla guida del ristorante Emantò, lo chef continua a costruire una narrazione gastronomica coerente e riconoscibile, dove la Basilicata si esprime attraverso materie prime selezionate, tecnica e sensibilità contemporanea. Un percorso che non è passato inosservato neppure nella sua terra d’origine. L’amministrazione comunale di Pisticci ha infatti voluto rendere omaggio a Ricchiuti e alla moglie Antonella con una pergamena ufficiale, riconoscendone il valore come ambasciatore del gusto lucano. Un gesto simbolico che sottolinea quanto la cucina possa diventare strumento di racconto identitario e promozione territoriale. Il titolo di “ambasciatore del gusto” non è solo una formula celebrativa: è il riflesso di un lavoro costruito con rigore, studio e una visione precisa. Quella di trasformare ogni piatto in un racconto, capace di attraversare confini geografici e culturali. E se Casa Sanremo rappresenta una vetrina prestigiosa, è nei dettagli quotidiani – tra fornelli, ricerca e memoria – che si costruisce davvero il valore di una cucina destinata a lasciare il segno.
Autore: Cristina Pavlyuk 18 marzo 2026
Il fulcro del piatto è una pasta fresca al nero di seppia, lavorata interamente a mano e tirata al mattarello, dove tecnica e sensibilità manuale si incontrano in un equilibrio preciso. Il formato, creato artigianalmente, richiama la delicatezza di un fiore: ogni pezzo è diverso, vivo, con una tridimensionalità che non è solo estetica ma funzionale alla tenuta della farcia e alla distribuzione del condimento. La sfoglia, sottile ma resistente, avvolge senza sovrastare, lasciando spazio al ripieno di esprimersi con chiarezza. All’interno, la combinazione tra ricotta e gamberoni di Sanremo costruisce un equilibrio giocato sulla dolcezza e sulla morbidezza. La ricotta, setosa e lattica, fa da base neutra ma avvolgente, mentre il gambero introduce una nota marina elegante, mai invasiva. A dare ritmo al boccone interviene la limetta, che non copre ma illumina, inserendo una freschezza calibrata capace di alleggerire e rendere dinamico l’insieme. A completare la struttura del piatto è la bisque di crostacei, concentrata e vellutata, che lega tutti gli elementi con profondità e continuità gustativa. Il caviale, inserito con misura, aggiunge una sapidità fine e una componente testurale che rompe la linearità, offrendo piccoli picchi di intensità. Le scaglie di pomodoro introducono una nota più diretta e leggermente acida, mentre i fiori secchi di fior d’aliso chiudono il piatto con una componente aromatica e visiva che richiama esplicitamente il territorio ligure. Ogni elemento è pensato per dialogare: non c’è sovrapposizione, ma stratificazione. Il risultato è un piatto che si sviluppa in progressione, dove il primo impatto è visivo ed evocativo, seguito da una lettura gustativa che alterna morbidezza, sapidità e freschezza. È una costruzione contemporanea che punta sull’equilibrio più che sull’effetto, mantenendo una coerenza narrativa forte. Se da un lato la cucina contemporanea tende spesso a valorizzare ingredienti umili, qui la scelta è diversa e dichiarata: lavorare su materie prime di pregio per restituire un omaggio diretto al contesto del Festival di Sanremo. Non è un esercizio di stile fine a sé stesso, ma un modo per interpretare il territorio attraverso una lente più raffinata, senza perdere identità. Ci sono piatti che non si limitano a essere mangiati, ma chiedono di essere osservati, quasi ascoltati. “Fiori di Sanremo” è uno di questi: un piatto che racconta cura, intenzione e rispetto per ogni dettaglio. È il tipo di cucina che non cerca di stupire a tutti i costi, ma di lasciare qualcosa — un ricordo preciso, un’immagine, una sensazione che resta. Perché quando tecnica ed emozione trovano un punto d’incontro così nitido, il risultato va oltre il gusto: diventa esperienza.
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