Sigep World 2026: l’edizione più internazionale di sempre
Maria Giovanna Labruna • 21 gennaio 2026
La Gazzetta del Food racconta cinque giorni di business, innovazione e relazioni globali
Rimini, 20 gennaio 2026 – Cala il sipario su Sigep World 2026, un’edizione destinata a segnare un punto di svolta nella storia della manifestazione. Dal 16 al 20 gennaio, la Fiera di Rimini si è trasformata nel cuore pulsante del foodservice mondiale, accogliendo operatori, aziende e buyer da ogni continente.
Per cinque giorni, La Gazzetta del Food ha seguito passo passo l’evoluzione dell’evento, raccontando incontri B2B, novità espositive, panel di discussione, showcooking e networking di alto profilo.
Un palcoscenico globale: operatori da 160 Paesi
L’edizione 2026 ha consacrato Sigep World come uno degli hub più internazionali del settore.
Gli operatori presenti provenivano da 160 Paesi, mentre la quota di visitatori esteri ha sfiorato il 25% del totale, confermando una crescita costante dell’internazionalità della manifestazione.
Particolarmente significativo il balzo degli espositori internazionali: +33% di aziende straniere, con presenze provenienti da 45 Paesi. Tra le novità, l’ingresso di mercati emergenti come Canada, Arabia Saudita, Ecuador, Singapore, Nepal e Algeria, insieme ai ritorni dei Paesi consolidati.
1.300 brand e migliaia di incontri d’affari
Oltre 1.300 brand espositori hanno portato a Rimini soluzioni tecnologiche, ingredienti, format e modelli di business per il foodservice contemporaneo.
Il cuore operativo della fiera sono stati i 5.650 business meeting, occasioni concrete di confronto tra aziende e operatori internazionali.
Il Top Buyer Program ha attratto 500 buyer da 75 Paesi, con forte rappresentanza da Stati Uniti, Canada, India, Cina, Brasile, Emirati Arabi Uniti e Singapore, confermando il ruolo strategico di Sigep World come piattaforma globale di sviluppo commerciale.
Trend globali e dialogo tra culture
SIGEP World 2026 non è solo numeri: è confronto, visione e cultura del gusto.
Per la prima volta, hanno partecipato delegazioni africane da Repubblica Democratica del Congo, Tanzania, Zimbabwe e Guinea, ampliando ulteriormente l’orizzonte internazionale dell’evento.
Nei padiglioni sono emersi temi chiave:
Sostenibilità delle filiere
Digitalizzazione e automazione dei processi
Nuovi format di consumo internazionale
Temi che La Gazzetta del Food ha approfondito quotidianamente con reportage, interviste e analisi dedicate.
Interviste ai protagonisti: voci dal cuore di SIGEP World
Francesco Lollobrigida: difendere il Made in Italy
Il Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste ha ribadito l’importanza della cucina italiana come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO.
«La cucina italiana non è soltanto un insieme di ricette – ha dichiarato – ma un sistema di valori che unisce territori, tradizioni, qualità delle materie prime e lavoro delle imprese. Difendere il Made in Italy significa tutelare la nostra identità e garantire futuro alle filiere agricole e alimentari».
Lollobrigida ha sottolineato la necessità di contrastare l’Italian sounding e sostenere le aziende che innovano senza rinunciare alle radici.
Michele De Pascale: SIGEP, vetrina e patrimonio UNESCO
Il Presidente della Regione Emilia-Romagna, ai microfoni de La Gazzetta del Food Live, ha evidenziato il ruolo strategico dell’evento: «SIGEP non è solo esposizione e innovazione tecnologica, ma punto di riferimento per la valorizzazione della tradizione gastronomica italiana, con uno sguardo al futuro e alla sostenibilità».
Iginio Massari: tradizione e innovazione
Il Maestro pasticcere ha raccontato le sue novità per SIGEP 2026: «Le macchine che ho sempre sognato combinano tradizione artigianale e innovazione tecnologica, anticipando le tendenze del futuro del settore».
Un’occasione imperdibile per lasciarsi ispirare dall’eccellenza di uno dei nomi più riconosciuti a livello internazionale.
Media e visibilità internazionale
L’eco di SIGEP World 2026 ha superato i confini dei padiglioni grazie alla presenza di 802 giornalisti accreditati, con crescente rappresentanza estera, generando un impatto globale sul settore.
Con la chiusura dell’edizione 2026, SIGEP World guarda già oltre: nuove tappe strategiche in Nord America e Asia rafforzeranno la presenza dei suoi iscritti nei mercati più dinamici del foodservice internazionale.
Per cinque giorni, La Gazzetta del Food ha raccontato storie, innovazioni e connessioni che trasformano una fiera in una vera piattaforma di sviluppo globale, confermando che il futuro del food italiano passa da SIGEP World.

L’offerta formativa del primo semestre si sviluppa attraverso percorsi disponibili sia in presenza sia online, confermando una visione moderna e accessibile della didattica per il settore della pizza. L’obiettivo è chiaro: accompagnare professionisti e appassionati in un percorso di crescita tecnica e imprenditoriale, capace di rispondere alle esigenze di un mercato sempre più competitivo e internazionale. Dai pizzaioli già avviati agli artigiani del gusto, fino a chi desidera trasformare la propria passione in una professione o semplicemente coltivarla a casa, i cosiddetti #pizzalovers. Il programma 2026 propone un modello didattico strutturato che unisce teoria, pratica e visione strategica. Cuore del progetto formativo è il Metodo Certified Quality DOC, lo standard didattico sviluppato dall’Accademia per garantire uniformità qualitativa, rigore tecnico e aggiornamento continuo. Ogni corso è guidato da maestri pizzaioli certificati e affronta in modo approfondito le principali aree della professione: dallo studio degli impasti alla conoscenza delle materie prime, dalle tecniche di panificazione tradizionali alle metodologie contemporanee, fino agli aspetti organizzativi e gestionali del lavoro in pizzeria. Accanto alla dimensione formativa, negli anni l’Accademia ha sviluppato anche una forte identità comunitaria. Uno dei simboli più rappresentativi di questo legame è il tatuaggio Pizza DOC, che raffigura il logo dell’Accademia e viene spesso realizzato sulla caviglia. Oggi più di 80 persone, tra istruttori, pizzaioli e partecipanti ai corsi provenienti anche dall’estero, lo portano sulla pelle come testimonianza del percorso vissuto all’interno dell’Accademia. La tradizione è nata quasi spontaneamente: il primo a tatuarsi il logo è stato l’istruttore e pizzaiolo Nello Di Sevo, che ha scelto di imprimere sulla propria caviglia il simbolo dell’esperienza formativa che lo aveva profondamente segnato. Da quel momento il gesto è diventato, per molti, un rito simbolico, una dichiarazione di appartenenza alla cosiddetta “famiglia DOC”. Durante il 10° e l’11° Campionato Mondiale Pizza DOC, questa tradizione si è trasformata in una vera iniziativa collettiva: all’interno dell’evento è stato allestito uno spazio dedicato dove i partecipanti hanno potuto tatuarsi gratuitamente il logo, rafforzando ulteriormente il senso di comunità. Per approfondire la visione che guida il progetto formativo dell’Accademia, abbiamo intervistato il fondatore e direttore. Intervista al Presidente Antonio Giaccoli Qual è la visione che ha guidato la costruzione del calendario formativo 2026? «La nostra idea è costruire un calendario sempre più orientato a formare il pizzaiolo professionista non solo sugli impasti, ma anche sulla gestione complessiva dell’attività: dalla scelta delle materie prime alla gestione degli scarti, dal food cost al marketing. L’obiettivo è creare un modello di formazione a 360 gradi, facilmente replicabile nelle diverse sedi dell’Accademia sparse nel mondo e durante le nostre missioni o consulenze all’estero. Quest’anno, infatti, il calendario si arricchisce di tappe internazionali tra Turchia, Spagna, Polonia, Ungheria, Portogallo, Svizzera, Brasile e altri Paesi del Sud America.» Quanto conta oggi, per un pizzaiolo professionista, investire nella formazione continua? «Bisogna partire da un concetto molto chiaro: il lavoro del pizzaiolo è una professione a tutti gli effetti. Così come un commercialista o un avvocato si aggiornano continuamente per restare al passo con i cambiamenti, anche chi lavora nel mondo della pizza deve farlo. Il mercato è in continua evoluzione e oggi le pizzerie stanno diventando sempre più vere e proprie esperienze gastronomiche. Le persone scelgono la pizzeria anche per vivere un percorso culinario strutturato che dialoga con la cucina. Senza basi formative solide è difficile stare al passo. Questo, per me, è il vero significato di evoluzione della tradizione: è il concetto stesso di pizza contemporanea.» La modalità online può garantire lo stesso livello qualitativo della formazione in presenza? «Può sembrare sorprendente, ma oggi abbiamo quasi più corsisti online e on demand che in presenza. Questo accade sia per una questione di mobilità sia perché il formato digitale offre una grande flessibilità. Chi segue i corsi può farlo quando vuole, rivedere le lezioni più volte e, nel caso delle sessioni live, interagire direttamente con i docenti. È un modello che permette di ampliare molto la platea dei partecipanti senza rinunciare alla qualità dei contenuti.» Come si sta evolvendo il mercato della pizza e quali competenze saranno determinanti nei prossimi anni? «Oggi chi sceglie questo mestiere deve essere consapevole di essere un professionista. Non basta saper fare un buon impasto: servono competenze di cucina, conoscenze di gestione, capacità di analizzare i costi e organizzare il lavoro. Questo vale sia per il pizzaiolo imprenditore sia per chi lavora come professionista all’interno di una struttura.» Che tipo di profilo trova maggiore beneficio nei vostri corsi: il professionista esperto o l’amatore che vuole iniziare? «I nostri corsi sono pensati per tutti: dal principiante che vuole diventare pizzaiolo, a chi lavora già nel settore e desidera aggiornarsi, fino a chi fa la pizza a casa per passione, i cosiddetti #pizzalovers.» Qual è il messaggio che desidera lanciare a chi è indeciso se intraprendere un percorso di formazione nel 2026? «Il nostro claim è “Formarsi per non fermarsi”. Il consiglio che diamo è semplice: puntare sempre sulla formazione, che sia con noi o con altre realtà. La formazione è il motore di tutto, in ogni campo professionale.» In un settore dove qualità, tecnica e identità professionale fanno la differenza, la formazione continua rappresenta uno strumento fondamentale per affrontare le sfide di un mercato sempre più dinamico e internazionale. Attraverso il calendario formativo 2026 e iniziative che rafforzano il senso di appartenenza della comunità dei pizzaioli, l’Accademia Nazionale Pizza DOC conferma il proprio ruolo come punto di riferimento per chi vuole trasformare la passione per la pizza in una professione consapevole, moderna e sempre in evoluzione. Link per info: www.campionatopizzadoc.it www.accademianazionalepizzadoc.it

La federazione ha organizzato dimostrazioni pratiche, approfondimenti e momenti di confronto con i professionisti del settore, con particolare attenzione alla produzione di focacce, crostate e altre specialità da forno. All’interno dello spazio espositivo FIPPA, i visitatori hanno potuto osservare il Museo delle Sculture di Pane, un angolo dedicato all’arte del pane come simbolo di cultura e creatività. Un altro spazio era riservato a interviste e colloqui con i panificatori, favorendo lo scambio di esperienze e competenze tra operatori. I prodotti esposti provenivano da tutta Italia, oltre che dalla Puglia e Basilicata. La referente eventi della federazione, Emma Prunella, si è detta soddisfatta dell’affluenza e della partecipazione, sottolineando come Levante PROF rappresenti un’occasione unica per valorizzare il lavoro artigianale dei panificatori italiani. Anche il vice presidente Leonardo Spadoni, proveniente da Roma, ha espresso grande apprezzamento per la manifestazione, confermando l’impegno della FIPPA nel promuovere qualità, innovazione e formazione. La missione della federazione, “Riportare tutti a casa”, come afferma Prunella, è finalizzata a rafforzare il legame tra produzione locale e comunità. Con la partecipazione a Levante PROF, la FIPPA conferma il suo ruolo di riferimento nel settore, promuovendo la professionalità degli operatori, la tutela delle tradizioni e l’innovazione delle tecniche di panificazione. L’evento ha offerto agli espositori l’opportunità di far conoscere le proprie eccellenze, creare network e aggiornarsi sulle tendenze più attuali del settore Ho.Re.Ca.

Figlio di Nunzio Scicchitano e di Assunta Pacifico, è cresciuto tra cucina e sala, respirando sin da bambino la cultura della tradizione gastronomica napoletana. Dal padre ha ereditato l’arte elegante e precisa di aprire ostriche e frutti di mare, gesto tecnico che nel tempo è diventato una vera firma scenica. Dalla madre ha appreso invece la passione per la cucina partenopea più autentica, fatta di rispetto per le materie prime, memoria e sapori intensi. Su queste solide basi nasce la sua visione imprenditoriale, che unisce tradizione e creatività. Dopo il grande successo della casa madre Scicchitano, diventata un punto di riferimento per la cucina di mare a Napoli, il ristoratore realizza oggi uno dei suoi sogni più importanti: l’apertura della seconda sede sul Lungomare di Napoli. Un luogo simbolico, dove il mare diventa parte integrante dell’esperienza gastronomica. Qui la tradizione marinara napoletana incontra tecniche contemporanee, presentazioni ricercate e una continua ricerca dell’eccellenza. Ogni piatto nasce dalla selezione delle migliori materie prime e da una cura meticolosa per il dettaglio, elementi che caratterizzano l’identità culinaria firmata Scicchitano. A rendere l’esperienza ancora più coinvolgente è la personalità dello stesso Giuseppe: esuberante, creativo e con una presenza quasi teatrale in sala, capace di trasformare ogni servizio in un vero racconto gastronomico. Ma le novità non finiscono qui. Parallelamente al nuovo progetto sul lungomare, Giuseppe Scicchitano inaugura anche una rubrica dedicata su La Gazzetta del Food, dove racconterà la sua visione della cucina di mare, condividendo storie, tecniche, curiosità e segreti del mestiere. Un nuovo capitolo che conferma il suo ruolo di imprenditore e innovatore della cucina di pesce, capace di trasformare la tradizione familiare in un progetto contemporaneo che continua a raccontare, con passione e creatività, l’anima gastronomica di Napoli.rce.

Incontro con Giovanna Voria: Ambasciatrice della Dieta Mediterranea e Custode della Cucina Contadina
Dalla cantina di ritrovo alla trattoria e infine al ristorante casereccio, ho respirato da sempre i profumi della tradizione: stoccafisso, baccalà, soffritto partenopeo, piatti di cacciagione e cotture allo spiedo, tutti accompagnati da calici di vino contadino. Crescendo, ho sentito l’esigenza di proseguire il mio percorso personale attraverso lo studio e la sperimentazione: cucina molecolare, sifone, impiattamento e nuove espressioni gastronomiche. Questo percorso mi ha portata naturalmente verso la cucina vegetale, una cucina che rispetta la materia prima e la natura, reinterpretando la tradizione con sensibilità contemporanea. È in questo contesto che ho incontrato Giovanna Voria, figura che da tempo rappresentava per me un punto di riferimento. Figlia di contadini di Cicerale, paese dei ceci nel cuore del Cilento, Voria cresce tra i campi e le cucine delle nonne, imparando a rispettare stagioni, terra e prodotti spontanei. Circa vent’anni fa fonda l’azienda agricola e agrituristica Corbella, dove sviluppa una cucina semplice, territoriale e autentica, fondata su legumi, erbe spontanee e prodotti locali. Il suo lavoro le ha portato riconoscimenti internazionali: dai grandi eventi italiani come la Mostra del Cinema di Venezia e i Mondiali di scherma di Catania, fino a città come New York, Venezuela e Brasile. Nel 2010, con la Dieta Mediterranea dichiarata Patrimonio Immateriale dell’Umanità, anche il cece di Cicerale ottiene il Presidio Slow Food grazie al recupero iniziato da Voria. Oggi è ambasciatrice del Cilento, della Dieta Mediterranea e del carciofo bianco di Auletta, portando avanti un instancabile lavoro di educazione alimentare. Il nostro incontro è nato quasi per caso, da un piatto che avevo replicato, affascinata dalla purezza della sua filosofia culinaria. Da quel primo confronto è nata una forte sintonia. Trascorrere una giornata nel suo agriturismo, tra preparazioni, erbe spontanee e racconti, è stata un’esperienza intensa. Due percorsi diversi, uniti dal profondo rispetto per la terra e ciò che essa offre, e da questa connessione nascerà presto un progetto comune, ancora segreto. La cucina diventa così non solo ricetta, ma incontro, visione, scambio. Ed è da figure come Giovanna Voria, ambasciatrice della Dieta Mediterranea, che nascono storie di bellezza autentica e condivisione.

L’8 marzo non nasce come un gesto galante né come un fragile omaggio floreale. La Giornata internazionale della donna affonda le sue radici nelle lotte sociali e politiche del primo Novecento, tra scioperi operai, rivendicazioni salariali e la richiesta, allora radicale, di diritti civili e partecipazione pubblica. Dalle proteste delle lavoratrici tessili di New York nel 1908 fino alle manifestazioni delle donne russe del 1917, questa data si è progressivamente affermata come simbolo di una mobilitazione globale: la richiesta di esistere pienamente nella società, oltre i confini della sfera domestica. In Italia, il simbolo di questa ricorrenza assume un volto preciso nel 1946, quando l’Unione Donne Italiane sceglie la mimosa come fiore rappresentativo della giornata. La proposta fu della giovane partigiana Teresa Mattei, che individuò in quel fiore spontaneo e resistente un segno accessibile a tutte. Diversamente dalle violette, diffuse in Francia ma costose e difficili da reperire nel dopoguerra, la mimosa cresceva libera, fioriva proprio nei giorni di marzo e poteva essere raccolta facilmente. Era, in altre parole, un simbolo popolare. Nei vicoli e nelle piazze del Mezzogiorno, quei piccoli grappoli dorati hanno assunto nel tempo un significato che supera il semplice gesto celebrativo. La mimosa è diventata memoria condivisa, eco di una stagione in cui la partecipazione femminile alla vita civile e politica stava ridefinendo gli equilibri della società italiana. Oggi l’8 marzo continua a trasformarsi, trovando nuove forme di espressione nella cultura e nella quotidianità. Anche il linguaggio della cucina, soprattutto nelle tradizioni mediterranee, diventa un territorio di racconto e identità. Il convivio smette di essere soltanto un gesto di cura domestica per assumere un valore simbolico più ampio: uno spazio di relazione, creatività e condivisione. In questo contesto la gastronomia può diventare metafora culturale. Si pensi alla reinterpretazione di un piatto di pasta fresca al profumo di limoni di Sicilia, completato da un tuorlo d’uovo sbriciolato che richiama i grappoli della mimosa. Un’immagine culinaria che restituisce il colore, la luce e l’energia associati a questa giornata, trasformando la tavola in un piccolo manifesto di memoria e contemporaneità. Celebrare l’8 marzo, oggi, significa proprio questo: riconoscere la storia delle conquiste femminili e continuare a raccontarla attraverso i linguaggi della cultura, della socialità e della tradizione. Non più soltanto la donna che prepara il banchetto, ma colei che ne definisce il significato sociale e simbolico. Come ricordava Teresa Mattei: «La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta in montagna e sapevo che poteva essere alla portata di tutte.»

In occasione della Festa della Donna, nella mia rubrica gastronomica realizzata in collaborazione con Pasta Valdoro, ho voluto proporre un piatto che unisce eleganza, stagionalità e simbolismo. Nascono così le Penne Rigate Mimosa, una ricetta di pasta di grano duro che richiama nei colori e nei sapori il fiore simbolo dell’8 marzo. Il giallo brillante del tuorlo d’uovo cotto e tritato ricorda i piccoli fiori della mimosa, mentre il verde degli asparagi e dei carciofi evoca la primavera che arriva. A completare il piatto ho scelto una delicata acqua di pomodoro, leggera e profumata, che dona freschezza e armonia senza coprire la delicatezza delle verdure. La scelta delle penne rigate di grano duro Pasta Valdoro valorizza il condimento grazie alla loro superficie rigata, capace di trattenere i sapori e creare un equilibrio perfetto tra pasta e ingredienti. Penne Rigate Mimosa con asparagi, carciofi, acqua di pomodoro e tuorlo tritato Ingredienti (per 4 persone) 320 g di penne rigate di grano duro Pasta Valdoro 2 tuorli d’uovo 6 asparagi verdi 2 carciofi freschi 3 pomodori maturi 1 spicchio d’aglio olio extravergine d’oliva q.b. sale q.b. pepe nero q.b. succo di limone q.b. prezzemolo fresco tritato (facoltativo) Procedimento 1. Preparazione dell’acqua di pomodoro Lavo e taglio i pomodori a pezzi. Li frullo con un pizzico di sale e poi filtro il composto con un colino fine o una garza. Lascio scolare naturalmente: ottengo così un liquido limpido e profumato, l’acqua di pomodoro, che utilizzerò per mantecare il piatto. 2. Cottura dei tuorli Cuocio le uova in acqua bollente per circa 9 minuti fino a ottenere uova sode. Le raffreddo, separo i tuorli e li trito finemente con un coltello oppure li passo al setaccio per ottenere una consistenza soffice che ricordi la mimosa. 3. Preparazione delle verdure Pulisco i carciofi eliminando le foglie esterne più dure e li taglio a spicchi sottili, immergendoli in acqua e limone per evitare l’ossidazione. Pulisco gli asparagi eliminando la parte più fibrosa del gambo e li taglio a rondelle, lasciando intere le punte. 4. Cottura del condimento In una padella capiente scaldo un filo di olio extravergine d’oliva con uno spicchio d’aglio. Aggiungo i carciofi e li faccio cuocere per qualche minuto. Unisco gli asparagi e proseguo la cottura mantenendo le verdure croccanti. Regolo di sale e pepe. 5. Cottura della pasta Cuocio le penne rigate Pasta Valdoro in abbondante acqua salata seguendo il tempo indicato sulla confezione. 6. Mantecatura Scolo la pasta al dente e la trasferisco nella padella con le verdure. Aggiungo qualche cucchiaio di acqua di pomodoro e manteco delicatamente per amalgamare i sapori. Impiattamento Dispongo la pasta nei piatti fondi, completo con una spolverata di tuorlo tritato — che ricorda visivamente i fiori di mimosa — e un filo di olio extravergine d’oliva a crudo. Se gradito, aggiungo una leggera nota di prezzemolo fresco. Questo piatto rappresenta per me l’incontro tra tradizione italiana e sensibilità contemporanea, dove ingredienti semplici e stagionali diventano un omaggio gastronomico alla Festa della Donna. Con la qualità della pasta di grano duro Pasta Valdoro e la mia creatività, la tavola si colora di primavera e di significato. “Questo piatto è dedicato a tutte le donne: alla loro forza, alla loro sensibilità e alla capacità di rendere il mondo ogni giorno più ricco di bellezza, proprio come i colori della primavera nel piatto.”


