Gravina di Puglia Chef Picciallo: U’ Callaridd, il sapore della memoria
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La redazione
Ci sono piatti che raccontano un territorio e altri che, prima ancora, raccontano una famiglia. U’ Callaridd appartiene a entrambe le categorie.
A Gravina in Puglia, nel cuore della Murgia, questa preparazione affonda le sue radici nella cucina contadina, nella transumanza e nell’antica consuetudine di cuocere lentamente, nel tegame di terracotta e nel forno a legna, ciò che la terra e gli allevamenti offrivano.
Ma per lo chef Michele Picciallo U’ Callaridd è soprattutto memoria. È il ricordo della madre Rosaria, del profumo che usciva dalla cucina e arrivava nelle strade del paese, annunciando che in quella casa si stava preparando qualcosa di speciale.
Non è dunque soltanto una ricetta della tradizione pugliese. È un piatto identitario, capace di custodire il paesaggio della Murgia, i suoi profumi e una memoria familiare che il tempo non ha cancellato.

U’ Callaridd – Un vecchio ricordo che non si dimentica
La parola allo chef Michele Picciallo
U’ Callaridd non è un piatto. È un vecchio ricordo che non si dimentica.
È il profumo che usciva dal forno a legna di mia mamma Rosaria, quando ero piccolo. La terracotta rimaneva dentro per tre, quattro ore, piano piano, senza fretta.
Prima si cucinava tutto, o quasi, così: nel tegame di terracotta, dentro il forno a legna. E il paese lo sapeva. Quando da una casa usciva quel profumo, voleva dire che lì si stava facendo u’ callaridd.
U’ Callaridd è un termine che indica l’abbraccio tra le verdure e l’agnellone o il castrato, cotti lentamente insieme fino a diventare quasi una cosa sola.
Le verdure sono quelle della Murgia: cime di rapa, cicoria selvatica, cicorielle amare, finocchietto selvatico, cardi, bietoline, senape selvatica. Poi il pomodorino appeso dell’estate, il sedano, la cipolla bianca o rossa di Acquaviva, l’aglio, l’alloro e tanto olio extravergine di oliva.
Sono ingredienti semplici, poveri solo in apparenza, perché dentro portano tutta la ricchezza della nostra terra.
Mia madre quelle verdure le raccoglieva ancora con le mani sporche di terra. Ed è proprio questo che, ancora oggi, cerco nel piatto: non soltanto il sapore, ma il profumo della terra, quello che rimane sulle mani dopo averla lavorata.
E poi c’è la carne: agnellone o castrato, quello che c’era. Tagliata in pezzi grossi, perché U’ Callaridd non ha mai avuto bisogno di raffinatezze.
Tutto finisce nella terracotta.
Tre, quattro ore nel forno a legna, a fuoco lento, fino a quando non capisci più dove finisce la verdura e dove comincia la carne.
È questa la magia.
La ricetta dello chef
Ingredienti
- agnellone o castrato, tagliato in pezzi grossi
- cime di rapa
- cicoria selvatica
- cicorielle amare
- finocchietto selvatico
- cardi selvatici
- bietoline
- senape selvatica
- pomodorini appesi
- sedano
- cipolla bianca o rossa di Acquaviva
- aglio
- alloro
- olio extravergine di oliva
- sale
Preparazione
Pulisco e seleziono le verdure della Murgia, mantenendo il più possibile la loro identità e i loro profumi.
In una teglia di terracotta dispongo la carne e le verdure, alternandole e aggiungendo sedano, cipolla, aglio, alloro, pomodorini e abbondante olio extravergine di oliva.
Il segreto non è aggiungere molto, ma rispettare quello che già c’è.
Il tegame viene quindi lasciato cuocere lentamente nel forno a legna per circa tre-quattro ore. La cottura deve essere paziente: il calore avvolge la terracotta e accompagna lentamente carne e verdure, fino a fondere sapori e consistenze.
Non bisogna avere fretta.
Quando il piatto è pronto, la carne è tenera e le verdure hanno assorbito i succhi della cottura. È in quel momento che U’ Callaridd racconta davvero la sua storia.
Una ricetta, un territorio
U’ Callaridd nasce da una cucina legata alla pastorizia e alla transumanza, quando gli uomini vivevano a stretto contatto con le greggi e cucinavano utilizzando ciò che avevano a disposizione.
Ma la tradizione, per Michele Picciallo, non è qualcosa che appartiene soltanto al passato.
È un patrimonio vivo, che continua a parlare attraverso gli ingredienti, i gesti e i profumi.
«È nato con la transumanza, con i nostri antenati che dormivano fuori con le pecore. Ma per me è nato nella cucina di mia mamma Rosaria».
È forse qui che si trova il senso più autentico di questo piatto: nella capacità della cucina di trasformare un territorio in memoria e la memoria in emozione.
Perché la Murgia non è soltanto il luogo in cui U’ Callaridd viene preparato. È dentro quel piatto: nelle erbe raccolte a mano, nella carne degli allevamenti, nell’olio, nella terracotta e nel fuoco lento.
E ogni volta che apro quel coperchio, quel rumore mi riporta indietro.
Alla cucina di mia madre. Al forno a legna. A Gravina. Alla mia terra.
E capisco che certi sapori non appartengono soltanto alla cucina.
Appartengono alla vita.








