Giuseppe De Girolamo: «La cucina è cultura, identità e memoria. Napoli ha ancora molto da raccontare»
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Il giornalista enogastronomico, premiato al Teatro Politeama nell’ambito della XXI edizione del Premio Masaniello, racconta il valore culturale della tavola napoletana: «Non parliamo soltanto di piatti, ma di storia, socialità e tradizioni che si tramandano»

NAPOLI – Una città che si racconta attraverso l’arte, la musica, la creatività e la tradizione, ma anche attraverso ciò che porta in tavola. È da questa considerazione che prende le mosse il riconoscimento assegnato a Giuseppe De Girolamo, giornalista enogastronomico, nell’ambito della XXI edizione del Premio Masaniello – Napoletani Protagonisti.
La manifestazione, andata in scena sabato 26 settembre al Teatro Politeama di Napoli, ha dedicato l’edizione 2026 al tema “Partenope a Tavola – Sapori d’Autore”, riunendo personalità della cultura, dello spettacolo e dell’enogastronomia. De Girolamo è stato il primo premiato della sezione dedicata alla tavola.
Un riconoscimento che arriva al termine di un lungo percorso professionale nel giornalismo e nell’informazione dedicata all’agricoltura, al territorio, al turismo e all’enogastronomia. La motivazione letta durante la cerimonia ha ricordato gli esordi al quotidiano Roma e le successive esperienze professionali, oltre al titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e alla Penna d’oro per il giornalismo enogastronomico della Federazione Italiana Cuochi.
Un premio accolto con particolare emozione da De Girolamo, che ha voluto sottolineare anche il significato del nome al quale la manifestazione è dedicata.
«Sono orgoglioso di ricevere questo riconoscimento, intitolato alla memoria di un giovane capopopolo che fece delle proprie origini popolari la forza per riscattare la sua gente. Mi lega a lui il profondo legame con il mondo del cibo», ha dichiarato il giornalista, richiamando così il rapporto tra le proprie radici professionali e il valore identitario della cultura gastronomica.
A De Girolamo abbiamo chiesto perché, oggi, sia così importante raccontare il cibo non soltanto come eccellenza gastronomica, ma come patrimonio culturale e identitario.
De Girolamo, che cosa significa raccontare la cucina come patrimonio culturale?
«Significa comprendere che la cucina non è soltanto il piatto che arriva sulla tavola. È molto di più. È storia, tradizione, socializzazione, incontro tra persone e culture. La cucina rappresenta i territori e racconta i loro usi, i loro costumi, le loro trasformazioni.
Il recente riconoscimento UNESCO della Cucina Italiana va proprio in questa direzione: non viene riconosciuto semplicemente un insieme di ricette, ma un patrimonio di conoscenze, gesti, pratiche e tradizioni che vengono trasmessi di generazione in generazione».
Quindi la tavola può essere considerata una vera forma di identità?
«Certamente. La tavola mette insieme le persone. È un momento di condivisione e di socializzazione. Pensiamo a quanto siano importanti, nella nostra cultura, il pranzo della domenica, le feste, le ricorrenze, le occasioni nelle quali le famiglie si riuniscono.
L’UNESCO ha riconosciuto proprio questo aspetto della cucina italiana: la convivialità, la trasmissione dei saperi, il rapporto con le materie prime, la stagionalità e la dimensione sociale del cibo».
Il Premio Masaniello ha scelto quest’anno di dedicare una sezione proprio alla cucina napoletana. Che significato ha per lei?
«È un riconoscimento importante perché Napoli ha una tradizione gastronomica straordinaria. La nostra città non si racconta soltanto attraverso la sua storia, l’arte e la musica. Napoli si racconta anche a tavola.
Per questo è fondamentale valorizzare chi ogni giorno lavora per custodire questa tradizione e, contemporaneamente, riesce a proiettarla nel futuro».
Lei ha richiamato anche il lavoro della Federazione Italiana Cuochi. Quanto conta il confronto tra le diverse realtà regionali?
«Conta moltissimo. Ogni territorio italiano possiede una propria identità gastronomica. La Federazione Italiana Cuochi promuove momenti di confronto nei quali le diverse regioni possono presentare le proprie tradizioni.
È un modo per far conoscere la ricchezza dell’Italia attraverso la cucina. E Napoli, in questo contesto, ha una grande responsabilità: deve continuare a raccontare ciò che possiede, senza perdere il legame con la propria storia».
La Campania, del resto, vanta un patrimonio agroalimentare particolarmente ricco.
È proprio su questo patrimonio che De Girolamo richiama l’attenzione, ricordando un dato che restituisce la dimensione della biodiversità gastronomica regionale.
«La Campania detiene inoltre il primato nazionale per i Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) riconosciuti dal MASAF, con ben 614 specialità censite su un totale nazionale di oltre 5.700 prodotti: numeri che proiettano l’Italia ai vertici mondiali della biodiversità del gusto».
Un patrimonio che comprende prodotti, tecniche, lavorazioni e tradizioni legati profondamente ai territori e alle comunità che li hanno conservati nel tempo. Una ricchezza che, secondo la prospettiva del giornalista, non può essere considerata soltanto una risorsa economica o gastronomica, ma anche una componente della memoria collettiva.
Nel suo intervento ha parlato anche dei riconoscimenti ottenuti dalla cucina napoletana. Quanto può incidere questo sulla promozione della città?
«Può incidere molto. Quando una tradizione viene riconosciuta e valorizzata, cresce anche l’attenzione verso il territorio che quella tradizione rappresenta.
Napoli ha una forza straordinaria perché possiede una cucina immediatamente riconoscibile nel mondo. Ma dobbiamo essere capaci di raccontare non soltanto il prodotto finale. Dobbiamo raccontare le persone che lo producono, la loro esperienza, i loro sacrifici e le tecniche che si tramandano».
E arriviamo alla pizza, forse il simbolo internazionale per eccellenza di Napoli.
«La pizza è certamente uno dei grandi ambasciatori di Napoli nel mondo. Ma anche in questo caso non dobbiamo fermarci al prodotto.
L’UNESCO ha riconosciuto nel 2017 l’arte tradizionale del pizzaiuolo napoletano come patrimonio culturale immateriale. Il valore sta anche nella trasmissione di un sapere, di gesti e tecniche che passano da una generazione all’altra.
Oggi la pizza napoletana è davvero internazionale. Lo dimostra anche quello che è accaduto a Napoli con il Vera Pizza Napoletana Champion, che ha portato in città oltre 350 pizzaioli provenienti da più di 30 Paesi».
Napoli può quindi essere considerata una capitale mondiale della pizza?
«Napoli ha certamente un ruolo centrale. È la città nella quale questa tradizione è nata e si è sviluppata e oggi assistiamo a una diffusione internazionale straordinaria.
Ma proprio per questo dobbiamo continuare a difendere la qualità e la cultura che stanno dietro alla pizza. Non basta esportare un prodotto: bisogna esportare anche il sapere che lo rende autentico».
Nel suo intervento, però, ha voluto ricordare che la cucina napoletana non finisce con la pizza.
«Assolutamente no. La pizza è soltanto una parte del nostro patrimonio. C’è tutto il mondo della friggitoria, ci sono i panzerotti, i crocchè, i ciurilli e tante altre preparazioni che fanno parte della memoria gastronomica napoletana.
Oggi si parla molto di finger food e di nuove forme di presentazione. Ma molte di queste idee, nella nostra tradizione, esistevano già. È importante quindi innovare, ma senza dimenticare da dove veniamo».
Tradizione e innovazione: devono necessariamente convivere?
«Sì. La tradizione non deve essere considerata qualcosa di fermo. Una tradizione rimane viva se viene conosciuta, rispettata e allo stesso tempo reinterpretata.
L’importante è non perdere l’identità. Possiamo innovare nelle tecniche, nella presentazione, nei linguaggi, ma dobbiamo mantenere il rapporto con la materia prima, con il territorio e con la memoria».
Lei è stato premiato proprio come giornalista enogastronomico. Quanto è importante il ruolo dell’informazione in questo percorso?
«È fondamentale. Il giornalista deve raccontare, documentare e far conoscere. Deve andare oltre la semplice descrizione di un piatto.
Dietro un prodotto ci sono persone, aziende, famiglie, territori, tradizioni. Il nostro compito è dare voce a tutto questo e aiutare il pubblico a comprendere il valore di ciò che mangia».
Dopo tanti anni di attività, che cosa rappresenta per lei un premio come il Masaniello?
«Lo considero innanzitutto un riconoscimento al percorso fatto. Ma lo interpreto anche come uno stimolo a continuare.
Ho sempre cercato di raccontare il territorio con passione, senza inseguire la visibilità a tutti i costi. Ricevere un premio proprio a Napoli, nell’ambito di una manifestazione che valorizza i protagonisti della città, ha quindi un significato particolare».
Qual è, allora, la sfida che attende Napoli?
«La sfida è raccontare meglio ciò che già possiede. Napoli ha un patrimonio enorme, ma ogni patrimonio deve essere conosciuto, tutelato e trasmesso.
Dobbiamo continuare a investire sui giovani, sulla formazione, sulla qualità e sulla conoscenza delle nostre tradizioni. E dobbiamo farlo con uno sguardo internazionale, perché la cucina napoletana non appartiene soltanto ai napoletani: è diventata una parte importante dell’immagine dell’Italia nel mondo».
La cucina come futuro, dunque, senza rinunciare alla memoria.
«Esattamente. La memoria è il punto di partenza, non il punto di arrivo. Se sappiamo custodire quello che abbiamo ricevuto e trasformarlo con intelligenza, allora la tradizione continua a vivere.
E Napoli, a tavola, ha ancora moltissime storie da raccontare».
Il riconoscimento a Giuseppe De Girolamo si inserisce così nel significato più ampio della XXI edizione del Premio Masaniello: celebrare chi, attraverso professioni e competenze diverse, contribuisce a mantenere viva l’identità della città.
La scelta di aprire la sezione “Partenope a Tavola – Sapori d’Autore” con un giornalista enogastronomico assume un valore simbolico. Prima ancora dei piatti vengono infatti le storie, i saperi e le persone capaci di raccontarli.
E il messaggio emerso dal Teatro Politeama è chiaro: la cucina napoletana non è soltanto ciò che arriva in tavola, ma tutto ciò che una comunità riesce a conservare, condividere e consegnare al futuro.
Dalla pizza alla friggitoria, dalle ricette della memoria ai prodotti agroalimentari tradizionali, il patrimonio campano raccontato da De Girolamo restituisce l’immagine di una gastronomia che non vive soltanto nel passato. È una cultura in continua evoluzione, sostenuta dal lavoro di cuochi, produttori, artigiani, giornalisti e nuove generazioni.
E proprio in questa capacità di tenere insieme memoria e innovazione, identità e apertura internazionale, si trova una delle chiavi per continuare a raccontare Napoli attraverso la sua tavola.








